Guido Fabbri, classe 1902, era mio nonno.

Nonostante avesse già superato da un po’ i 70 anni quando nacqui, ebbi la fortuna di poterlo conoscere ed amare per più di vent’anni.

Aveva una sorella più grande, Enrica, e un fratello più piccolo, Achille. Nato benestante, quando era bambino la sua famiglia perse tutto quello che aveva e cominciò la difficile strada della miseria e della povertà.

Passato indenne attraverso due guerre e tante piccole grandi tragedie, ciò che lo ha sempre caratterizzato sono state due cose, principalmente: una fiducia incrollabile nella bontà del destino e un amore quasi adolescenziale per tutto ciò che esiste: la natura, le cose, le persone, il creato.

Queste due caratteristiche lo portarono, la prima, ad essere letteralmente in grado di fare tutto, con le poche cose che trovava: costruì lampade a petrolio con bottiglie e residui di bombe, quando l’elettricità non c’era; creò un torchio per fare la pasta, quando si trovava solo farina…; un vero autodidatta, che – tra l’altro – condusse da solo studi di ingegneria meccanica. La seconda, lo portò a diventare un discreto pittore che, negli anni, espose i suoi quadri in diverse occasioni e che compare in diversi libri d’arte.

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La storia di questo libro, che da oggi prende forma di blog, è semplice: nonno Guido lo scrisse quando aveva 90 anni, fu pubblicato da una piccola casa editrice e allegato ad alcuni numeri di un quotidiano riminese. Andò letteralmente a ruba, tanto che la mia famiglia possiede un’unica copia (che per regola giustamente imposta da babbo Nello, non esce mai dalle mura di casa).

Quando ne leggo un brano, mi colpisce l’ingenuità di mio nonno, la ricchezza di particolari del racconto, le idee che guizzano qua e là: a me pare bellissimo! Ecco perché ho deciso di aprire un blog e pubblicare, nel corso delle settimane, tutti i capitoletti del libro: è una ricchezza che, grazie alla potenza della Rete, può diventare di tutti.

E’ mia intenzione arricchire questo blog con le foto dei quadri di mio nonno, che spesso rappresentano i luoghi di una Rimini ormai perduta, e con la voce di mio babbo, che tante volte mi racconta i fatti della guerra attraverso il punto di vista di un bambino.

Nel trascrivere questo libro, ho deciso di non fare nessuna  modifica al testo e lasciare tutto così com’è, a parte l’aggiunta di qualche capoverso al fine di migliorare la lettura e la traduzione in lingua italiana delle frasi in dialetto. Nella parte finale di alcuni racconti ho aggiunto di mio pugno alcune informazioni storiche e relative fonti, per consentire al Lettore di farsi un’idea più precisa e dettagliata degli avvenimenti raccontati da mio nonno. 

Francesca Fabbri

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