via Bertola, Rimini

Babbo Nello, un bimbetto di 6 o 7 anni all’epoca in cui sono ambientati i fatti, ci racconta cosa significa fare un lavoro “turchino” attraverso un fatto che ha, come protagonista, il nonno Guido.

Nella foto: soldati greci in via Bertola, a pochi passi dalla casa della famiglia Fabbri. Tratta da Rimini Sparita.

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Quando ci si doveva accingere ad eseguire un lavoro poco piacevole o addirittura ingrato, a Rimini si diceva che “l’è un lavor turchin”, cioè un lavoro “turchino”, come dire: roba da turchi.

Anche questo vecchio detto mi è rimasto impresso nella memoria, perché da bambino, la prima volta che lo sentii pronunciare da mio padre, lo collegai subito a un evento realmente accaduto.

Finite le ostilità belliche nella nostra zona, lasciammo il nostro rifugio a San Marino e ritornammo a Rimini a casa nostra. Purtroppo la nostra abitazione, come tante altre, era stata occupata da truppe militari di varie etnie e, poiché l’acquedotto era andato completamente distrutto, i servizi igienici erano inutilizzabili.

Ciononostante, gli occupanti non trovarono di meglio che usare ugualmente il water anche senza poterlo scaricare, fino a riempirlo completamente, terminando poi l’opera con qualche ricordino lasciato sul pavimento di una stanza. Bisognava bonificare tutto e rendere il gabinetto nuovamente agibile, ma come? e con che cosa?

Non essendo possibile disporre di alcuna attrezzatura, neppure di un paio di guanti di gomma – perché tutto quello che non era andato distrutto dalla guerra, era stato depredato – unico conforto rimaneva l’acqua del pozzo, da usare abbondantemente a cose fatte.

Così il babbo, sopraffatto da una disarmante rassegnazione, si rimboccò le maniche, si mise in mutande per non imbrattare i pochi vestiti di cui disponeva e, mentre si accingeva a dare inizio all’opera a mani nude, esclamò:

“quest l’è un lavor turchin”.

Babbo Nello

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