peppino

Peppino, detto anche “lo zio Pippo”, era il bello della famiglia Muccini-Fabbri. Fratello della nonna Teresina, sposò Olga. Non ebbero figli.

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In principio ci vedevamo poco perché viveva a Cattolica, dove aveva lo studio fotografico ma anche quando venne a Rimini e fu assunto come impiegato alla Cassa di Risparmio, io ero in ferrovia e ci incontravamo poco.

Quando andai in pensione nel 1964 anche lui era in pensione, incominciammo a trovarci tutti i giorni e andavamo a passeggio insieme. Si era innamorato di un trenino telecomandato, aveva preso un grande tavolato per sistemare le rotaie e l’aiutai anch’io.

Col compensato facemmo le stazioni e passavamo il tempo lavorando e passeggiando. Andavamo a vedere i lavori per la tombinatura dell’Ausa.

Volle anche che gli facessi il ritratto e per questo mi portò una fotografia al suo tavolo di lavoro in ufficio. Mi diceva: “Non sei solo il cognato, ma anche un amico”. Mi ricordo che un giorno prendemmo un acquazzone vicino al ponte dell’Ausa; malgrado la sua agilità lo battei in velocità nella corsa e lui rimase meravigliato.

Quando facevo le mostre di pittura andavo a casa sua perché, avendo la macchina da scrivere, mi scriveva tutti gli indirizzi per spedire i depliant. Per l’ultima mostra, però si stancava e allora uscivamo a passeggio. Mi ricordo che un giorno eravamo appena usciti quando mi disse: “Guido torniamo indietro, questo vento mi dà fastidio” e così tornammo a casa.

Ormai al trenino non guardava più e spesso non si sentiva troppo bene: tutte queste cose cercava di tenerle nascoste a sua moglie.

Dopo la morte che avvenne il 19 aprile 1971 dissi queste cose all’Olga ma lei insisteva nel dire che stava bene e che la colpa era stata del dottore che gli aveva praticato un’iniezione alla quale egli era allergico.

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