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Lago di Como e Villa Arcorati in una tela di Guido Fabbri.

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Il 4 ottobre del 1956 io e mia moglie festeggiammo i 25 anni di matrimonio e, ricordando il periodo trascorso a Rivarolo, volemmo tornare a rivedere quei posti, che a causa della guerra avevamo visto molto in fretta.

La mattina partimmo presto da Rimini, arrivammo a Sampierdarena e andammo nel migliore albergo e siccome eravamo stanchi, ci riposammo un po’ dato che avevamo mangiato in treno. Uscimmo sul tardi e facemmo un giretto, fermandoci in un bar, prendemmo un caffelatte e mangiammo diverse paste.

Quando tornammo in albergo ci chiesero se dovevamo cenare, ma noi rispondemmo che eravamo andati a trovare dei conoscenti che ci avevano offerto delle paste e non avevamo fame, così ci ritirammo nella nostra camera. Prima di ritirarci telefonammo alla Gianna e all’Enrica (che da alcuni giorni era sua ospite) e dicemmo dove eravamo alloggiati.

Il giorno dopo andammo a Rivarolo a trovare i Rivara che volevano trattenerci a pranzo ma noi dicemmo che eravamo stati invitati dalla Gianna. Mentre mia moglie si tratteneva con loro feci una corsa in officina credendo di trovare i miei operai e tecnici, ma rimasi male: non c’era più nessuno, così mi spiegò l’unico rimasto: molti erano andati in pensione, altri erano morti e diversi erano stati trasferiti.

Ritornai dai Rivara e partimmo subito con la scusa che ci attendevano a pranzo. Mangiammo in un ristorantino e non spendemmo molto. Avevamo scelto il miglior albergo ma le finanze erano al minimo, quindi ci arrangiavamo come si poteva. Qualche volta durante le diverse gite si comprava da mangiare nei negozi e si cercava qualche posto, specialmente nei giardini, per mangiare. Il pomeriggio salimmo al santuario della Madonna della Guardia.

La mattina dopo andammo a Sanremo. In una stazione intermedia vendevano delle focacce molto buone, ci dissero che era una specialità del posto; ne prendemmo diverse e quel giorno pranzammo con quelle. Le focacce erano buone e ci pentimmo di non averne prese di più. Al ritorno andammo a Genova e visitammo alcune delle sue belle chiese.

Eravamo stanchi, ritornammo in albergo e mangiammo in camera quello che avevamo comprato in un negozio. Avevamo appena finito di mangiare che ci chiamarono al telefono: erano la Gianna e l’Enrica per chiederci se stavamo bene, ma capimmo che era una scusa, perché non credevano che fossimo alloggiati in quell’albergo e volevano accertarsene.

Il giorno dopo andammo a Rapallo, salimmo con la funivia e facemmo una visita al Santuario; poi andammo a Portofino dove ammirammo il bellissimo panorama con l’insenatura piena di barche e il porto; quando arrivammo era passato mezzogiorno perciò cercammo un posto appartato per mangiare al sacco. Dopo aver mangiato scendemmo in piazza e trovammo Sergio, sua moglie, l’Enrica e la Gianna. Erano arrivati con la macchina di Sergio. Ci trattenemmo insieme, ci domandarono se avevamo pranzato e rispondemmo di sì e ci lasciammo salutandoci. Nel ritorno ci fermammo a Santa Margherita.

Il giorno dopo andammo a Milano dove visitammo il Duomo, salimmo sul tetto e andammo fino alla Madonnina; mia moglie ammirava la bellezza di questa chiesa, le sue sculture e ci trattenemmo un po’ benché io l’avessi visitata altre volte. Ammirammo l’immensa mole marmorea con i suoi grandi contrafforti, i grandi finestroni traforati, le marmoree guglie, le quantità di statue ma soprattutto la profusione di ricami. Visitammo la Galleria Vittorio Emanuele II e ammirammo la grande piazza.

Nel pomeriggio andammo a Como e andammo a vedere il lago; qui un barcaiolo ci invitò a fare un giro in barca e con la sua parlantina ci indicò le diverse ville fra le quali la villa Arconati che ospitò Silvio Pellico prima del suo arresto; ci disse anche che il lago di Como ha una profondità maggiore di tutti i laghi e quando c’è la burrasca è terribile. Non facemmo tutto il giro perché dovevamo prendere il treno per ritornare a Rimini.

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