stazione-porta1948Nella foto: babbo Nello presso la Stazione di Porta Montanara, 1948.

Finalmente la guerra era terminata e noi eravamo ritornati definitivamente nella nostra abitazione in via XX Settembre, nel borgo San Giovanni.

Abitavamo al secondo piano di una palazzina composta da tre appartamenti oltre a un vasto piano terra che comprendeva un’ampia autorimessa, diversi locali e fondi adibiti a depositi, un grande terrazzo interno e alcuni balconi, due cortili, un orto grande e un pollaio.

Al primo piano si trovava l’appartamento padronale; quello al piano intermedio era occupato dalla famiglia Mazza mentre noi abitavamo al piano superiore. Proprietaria dell’immobile era la signora Tomasetti, vedova e di famiglia benestante. Una donna anziana, un po’ austera, con la quale io non avevo contatti, ben considerata dai conoscenti per la sua signorilità e la sua bontà.

La famiglia Mazza era composta dal marito Settimio, la moglie Maria, il figlio Pasquale, le figlie Benilde e Anna, quest’ultima la più piccola, unica mia coetanea con la quale poter giocare. Evidentemente fin dalla più tenera età le differenze di carattere fra maschi e femmine possono raggiungere livelli tali da mettere in seria difficoltà ogni tentativo di convivenza. Io scolaro un po’ svogliato, con poco brillanti risultati scolastici, dedito più ai giocattoli e a qualunque forma di attività motoria che non ai libri, lei scolara diligentissima dedita prevalentemente alla lettura e a qualche bambola.

Sarà che i poli si attraggono, io ero quotidianamente a casa sua, nel tentativo di condividere con lei la mia vivacità. Talvolta, per rendere l’atmosfera un po’ più allegra, mi inventavo qualche piccolo dispettuccio. Naturalmente la reazione, tipicamente femminile, non mancava mai, ma di una tale intensità da lasciarmi attonito. L’Anna correva a piangere dalla sua mamma raccontando e ampliando a dismisura le mie malefatte col preciso obiettivo di vendicarsi ed essere gratificata dalle apre rampogne impartitemi da sua madre. Un bel guaio! Il buonsenso mi suggeriva di stare almeno una mezza giornata senza presentarmi.

Tutto sommato ci si stava riprendendo dal grave trauma della guerra, tornando lentamente a fatica alla normalità. Ma mentre la maggior parte di noi tornava alla vita, qualcuno si approntava a perderla. Un triste giorno mia mamma, con fare molto serio, mi disse di non fare rumore, di parlare sottovoce, perché la signora Tomasetti stava molto male e avrei potuto disturbarla. Mia madre era molto diversa dal solito, era preoccupata e triste. Stava assistendo a una dolorosa agonia. Aveva ascoltato le ultime parole della moribonda, che diceva: “Che lotta, fra la vita e la morte! Chi vincerà?”. Il giorno dopo la battaglia era persa.

Era la prima volta che sperimentavo la morte di una persona conosciuta e rimasi molto turbato. Anzi, poiché una volta come in casa si nasceva, in casa si moriva, l’idea che nello stesso edificio dove abitavo ci fosse un morto, mi terrorizzava. Mia madre, accortasi del mio disagio, intervenne saggiamente. Mi spiegò che i morti non possono fare alcun male, che la loro anima vola in cielo da Dio, che i vicini dicevano che la signora Tomasetti era talmente buona e aveva sofferto tanto, che “La andrà in Paradis cun al scherpi e tot” [andrà in Paradiso senza neanche bisogno di togliersi le scarpe]. Poi cautamente mi disse che la morte era un passaggio che riguarda tutti e che era tempo che anche io cominciassi a rendermene conto. Così mi invitò a seguirla a visitare la defunta dicendomi: “Sei con la tua mamma, non può capitarti niente”. Mi fidai, accettai di accompagnarla.

Entrammo nella camera dove avevano adagiato la salma sul letto. Due ceri accesi davano un po’ di conforto alla penombra della stanza. Tutto era immobile, poche persone, alcune piangevano in silenzio, qualcuno bisbigliava sottovoce qualcosa. Una donna mise mano alla corona del Rosario. Pregammo.

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