Il capotecnico Forte aveva chiesto il trasferimento a Napoli, sua città natale, gli fu concesso ed io fui chiamato a sostituirlo, così dalla terza passai alla quarta branca, cioè alla esecuzione.

Il lavoro mi piaceva molto, anche perché ritornavo nel reparto nel quale avevo lavorato quando ero stato assunto in Ferrovia; mi rimboccai le maniche e cominciai a modificare certe attrezzature per rendere il lavoro più scorrevole. Queste nuove attrezzature furono molto apprezzate dal superiore del Servizio che mandò dei tecnici della officina di Verona a prenderne visione. Esso mi affidò anche, inviando i disegni, la costruzione delle pressette per la sagomatura delle foglie delle molle a balestra, pressette che dovevano sostituire la lavorazione a mano che si faceva a colpi di martello.

Dovevamo costruirne otto; seguii questo lavoro con assiduità e con la collaborazione del Reparto Torneria, che mise a disposizione valenti operai, le pressette furono costruite in un lasso di tempo che meravigliò i tecnici del Servizio, per cui anche in quella occasione mi fu assegnato un premio in denaro.

Tutto camminava regolarmente, quando successe un fatto che avrebbe avuto per me delle conseguenze inaspettate. L’ingegnere di reparto mi chiese se potevo mandare un operaio per un lavoro alla ex Officina Veicoli; io risposi di sì e mi incaricò di fare il biglietto d’uscita all’operaio che doveva eseguire il lavoro. Lo feci e quando l’operaio rientrò gli chiesi che lavoro aveva fatto; mi rispose che aveva lavato e pulito la macchina dell’ingegnere. La cosa mi meravigliò; perché non aveva portato la macchina in officina anziché mandare un operaio all’Officina Veicoli? Quando venne nuovamente a chiedermi il biglietto di uscita per l’operaio, io mi rifiutai e gli dissi che lo facesse lui, perché non volevo essere compromesso. Non se ne parlò più e la cosa morì così. Ma l’ingegnere se la legò al dito.

In un’altra occasione mi voleva assegnare un lavoro tecnico che doveva fare lui, mi rifiutai e gli dissi che quello era compito suo; mi obiettò che per la paga che l’Amministrazione gli dava, lui faceva anche troppo, ma io rimbeccai:  “Questo lo potrei dire anch’io, ma se abbiamo accettato queste condizioni, dobbiamo fare il nostro dovere“.

Non faccio il nome dell’ingegnere perché la mia coscienza me lo impedisce: sarebbe una rivalsa ma non la voglio, malgrado la campagna contraria che mi fece e che dimostrò la meschinità di una persona istruita, guidata solo dalla sua posizione superiore. Quando ci fu il cambio dell’ingegnere capo dell’Officina, si diede molto da fare per mettermi in cattiva luce, ma io continuai a fare il mio dovere.

(Continua….)

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