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Il Teatro Galli così come si presentò agli occhi di Babbo Nello, allora bimbo di 6 anni, quando rientrò in città da San Marino, dove era sfollato con la famiglia. Foto tratta da Rimini Sparita.

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Un altro racconto di babbo Nello, ambientato nell’immediato dopoguerra. E’ uno dei fatti più divertenti della nostra famiglia che lo costringo a raccontarmi molto, molto spesso. Spero che diverta voi quanto diverte, ogni volta, me.

Quando la guerra volgeva ormai al termine e le battaglie lungo la linea gotica erano finite con la conquista del territorio da parte degli Alleati, incominciò la via del ritorno a Rimini da parte dei cittadini sfollati a San Marino. Fummo caricati su camion militari inglesi e dopo un viaggio disastroso a causa dello stato sconquassato delle strade, durante il quale ebbi a patire un indicibile mal di stomaco, venimmo scaricati in piazza Cavour.

Poiché la maggior parte della città era stata rasa al suolo e le vie erano un cumulo di macerie, mio padre si incamminò verso quello che al momento era solo una speranza: vedere se la nostra casa era ancora in piedi, mentre io, mio fratello e la mamma rimanemmo in attesa seduti sulla scalinata di quello che rimaneva del Teatro Galli.

Dopo un po’ il babbo tornò col viso raggiante: la nostra casa e quella della nonna erano rimaste in piedi. Quel giorno rientrammo nella nostra abitazione nel borgo San Giovanni. La sera cenammo tutti con un unico pezzetto di cacio rinsecchito e un po’ di pane nero, seduti per terra poiché il tavolo e le sedie erano rimaste a Vergiano.

Con la città tanto distrutta molte famiglie avevano perso il loro alloggio e il Comune, dovendo affrontare questa emergenza sociale, istituì un meccanismo per cui le famiglie che avevano la disponibilità della propria casa dovevano ospitare in convivenza una famiglia rimasta senza. La famiglia della sorella di mio padre, la zia Enrica, apparteneva alla seconda categoria così, per evitare di ritrovarci in casa nostra degli estranei, facemmo in modo di ospitare la zia.

A questo punto, devo soffermarmi in una breve descrizione dei due principali componenti della famiglia della zia Enrica, la famiglia Lazzari, composta oltre che dalla zia, dallo zio Armando, dai cugini Dino e Sergio.

La zia Enrica, a me molto simpatica, era un tipo a dir poco molto vivace, dotata di una travolgente dialettica, tanto che io da bambino amavo paragonarla a una mitragliatrice che, dotata di inesauribili scorte di munizioni, poteva continuare a sparare senza soluzione di continuità. Lo zio Armando, anch’egli persona a me gradita, non saprei se per carattere o per la difficoltà di inserirsi nel dialogo muliebre, non mi pare fosse molto loquace.

Il momento più impegnativo era l’ora di pranzo quando, con una sola cucina, un unico tavolo e unicamente quattro sedie, le due famiglie dovevano destreggiarsi nel cucinare e mangiare a turno. Mia madre, una santa donna sempre attenta e molto solerte, era abituata ad alzarsi molto presto al mattino e a non essere mai in ritardo, mentre la zia era di tutt’altre abitudini.

Così, un po’ a causa dei turni obbligati in cucina, un po’ per altre cause, talvolta succedeva che al rientro dal lavoro dello zio Armando, dipendente delle Ferrovie dello Stato nel settore personale viaggiante, il desinare fosse un po’ fuori orario, le piade in parte ancora in fase di cottura per cui, vuoi perché il vero romagnolo non ha mai brillato in pazienza, vuoi perché l’obbligo a rispettare gli orari in Ferrovia può causare una deformazione professionale in tal senso, qualche lamentela dello zio era inevitabile. Iniziava così un crescente rumoroso battibecco con botta e risposta. Una mitragliata di qua, una schioppettata di là, finché aveva inizio il lancio delle bombe a mano, cioè il lancio delle piade. Non potendo mettere mano ai piatti da tirarsi in testa, perché di proprietà altrui, ci si adattava al lancio, meno traumatizzante, delle piade.

Erano tempi in cui il cibo scarseggiava e noi bambini, io e mio fratello, dotati di quell’appetito tipico di chi sta crescendo, non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione – perché in guerra si sa da dove vengono lanciate le bombe, ma non sempre si sa dove vanno a cadere. Così ci infilavamo sotto il tavolo e, nascosti dalla tovaglia apparecchiata, attendevamo immobili e in silenzio che la traiettoria di qualche bomba, pardon, di qualche piada non andata a segno finisse sotto il tavolo, pronti a riservargli un diverso e più nobile destino.

Come tutte le battaglie anche quella della piada giungeva al termine. Finalmente tutti a tavola in pace. In pace fino a quando a qualcuno non veniva in mente di fare un censimento delle piade rimaste. Erano di nuovo pronti a discutere e a litigare; solo un autorevole “Ora basta!” di mio padre evitava la ripresa delle ostilità.

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