bombe

Via Castelfidardo dopo i bombardamenti, foto tratta da Rimini Sparita.

Ecco il terzo racconto di babbo Nello, incentrato su uno dei periodi più duri della sua infanzia: i primi bombardamenti su Rimini, quando era un bambino di 5 anni. Le stesse cose che babbo Nello racconta qui, sono state inserite in alcuni racconti del nonno Guido che trovate ai vari link inseriti.

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Trascorsi un paio d’anni a Rivarolo (Genova), mio padre ottenne di poter rientrare nella sua adorata Rimini. Peccato che quello che ci attendeva fosse ben diverso dalle nostre speranze. Gli eventi bellici sempre più incalzanti cominciavano a vedere la città di Rimini come obiettivo per i primi bombardamenti aerei.

La popolazione si trovò impreparata a tali nuovi eventi. In principio nessuno sapeva come comportarsi. Molte famiglie, come pure la mia, non trovarono di meglio che ritrovarsi insieme per farsi coraggio mettendo mano alle corone e recitando il Rosario. Ricordo come le preghiere iniziassero un po’ sottovoce, per aumentare poi considerevolmente il tono di mano in mano che il rumore delle bombe aumentava di intensità. Mi sono sempre chiesto se ciò fosse nella speranza di farsi sentire meglio dal Padre Eterno o fosse semplicemente un tentativo di coprire il rumore delle esplosioni.

Furono approntati alcuni rifugi antiaerei assolutamente inadeguati sia come efficienza che come capacità ricettiva. Ricordo che un rifugio era stato ricavato a poca distanza dalla nostra abitazione nel borgo San Giovanni, a ridosso delle antiche mura prima dell’Arco d’Augusto. Ci infilammo una o due volte, ma l’irrisoria capienza conquistata da chi arrivava prima e la scarsa sicurezza ci fecero abbandonare ben presto tale rifugio.

Molti cittadini ritennero più opportuno, al suono delle sirene che davano l’allarme, allontanarsi dal centro abitato e correre all’aperto evitando così il rischio di rimanere sepolti sotto le rovine delle case.

Ricordo la prima fuga in una specie di grande prato che si trovava sul lato sinistro del vicolo San Gregorio, quello che unisce via XX Settembre con via Tripoli, certamente ancora troppo in centro, anche se velocemente raggiungibile dalla nostra abitazione.

Successivamente l’esperienza ci aveva insegnato che dal momento dell’allarme all’arrivo degli aerei bombardieri trascorreva un certo lasso di tempo, si cominciò così ad allontanarsi maggiormente dalla città facendo uso delle biciclette. Io sul seggiolino della bicicletta di mia mamma, mio fratello sul cannone della bicicletta del babbo, raggiungevamo la zona della Cava, dove oggi sorge il nuovo Palacongressi.

La situazione andava sempre peggiorando e i rischi per la popolazione civile sempre maggiori, così, come la grande maggioranza dei riminesi, fu presa la decisione di trasferirsi in una più lontana campagna e, grazie alla zia Anna [sorella della Teresina], trovammo alloggio a Vergiano in un podere di proprietà del Signor Zoli, titolare di un’agenzia di assicurazioni presso la quale la zia lavorava come impiegata di ufficio.

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