(Continua dopo la parte 2)

Un altro fatto. L’Officina vendeva la calce di carburo prodotta dai gasometri. Venivano a prelevarla con un carretto sul quale erano dei grandi recipienti; la prelevavano dalle vasche e riempivano i loro recipienti.

Un giorno la polizia ferroviaria fece un controllo più accurato e scoprì che sotto la calce vi erano dei cuscinetti fuori uso di bronzo, prelevati da un mucchio di rottami. La polizia denunciò il fatto e il colpevole finì in tribunale a Forlì. Io, essendo il responsabile di tutti i materiali, dovevo presentarmi come testimone. La madre di questo imputato, saputo che dovevo testimoniare, venne a casa mia a raccomandarsi che non facessi del male a suo figlio. Io le risposi che avrei fatto il possibile ma precisai che non dipendeva da me, che non potevo andare contro la polizia e annullare la denuncia, ma questo non lo capiva, pretendeva che io annullassi il processo.

Andai al processo al tribunale di Forlì (difensore dell’imputato era l’avvocato Benzi), fui fatto entrare e le domande che mi fecero tendevano ad appurare il valore della merce. Io dissi che essendo materiale che veniva venduto alle fonderie, il valore era basso e che lui, vendendolo, avrebbe realizzato pochi soldi. L’avvocato disse: “Rinuncio alla difesa perché il teste ha detto quel che dovevo dire io, vi raccomando solo di essere indulgenti”. La giuria lo condannò a un mese e quando sentì la condanna si scagliò con invettive contro di me. L’avvocato prese le mie difese e disse che io avevo fatto tutto quello che potevo e che doveva vergognarsi a dire certe parole.

Poco prima che lasciassi questa branca per assumere la direzione del Reparto Fucine, Saldatura e Centro Molle successe un altro fatto increscioso. Una mattina l’autista dell’Officina mi disse che dovevamo andare con la polizia a fare una perquisizione e poco dopo fui chiamato in portineria dove quattro agenti della polizia mi attendevano. Partimmo e andammo a San Giuliano Mare, ci fermammo davanti a una villetta con un piccolo giardino, un agente si fermò davanti al cancello e con gli altri tre entrammo in casa dove c’erano delle donne terrorizzate. Entrammo in una piccola officina dove dovetti esaminare tutti i materiali esistenti ma non trovai niente di compromettente. Penso che qualche vicino avesse fatto una denuncia.

Quando l’ingegnere conobbe l’esito negativo mi accusò di essere d’accordo con i sospettati ma io dissi che non mi sentivo di accusare delle persone che potevano essere innocenti perché avevo esaminato scrupolosamente tutti i materiali ma nessuno aveva la sigla F.S.; può darsi che avessero anche rubato, perché molte cose la ferrovia le comprava su piazza e non avevano la sigla, ma io non potevo averne la certezza. Gli accusati erano due fratelli che lavoravano nel Reparto Calderai.

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