La ferita al piede mi aveva lasciato un inconveniente all’articolazione perché non potevo piegare il piede e per questo mi mandarono all’ospedale a fare la cura dei dieci forni, ma il risultato fu scarso e allora mi mandarono ad Abano per fare altrettante applicazioni di fanghi.

Non sapevo che bisognava prenotarsi presso qualche albergo e perciò quando arrivai ad Abano non sapevo dove rivolgermi. Fui fortunato perché alla stazione conobbi una signora che andava a fare la cura tutti gli anni; andammo in un bar e lei cominciò a telefonare ai diversi alberghi finché ne trovò uno che aveva due camere libere, l’albergo Milano.

Era di seconda categoria e sul retro aveva un bel parco e una piscina. Depositammo i nostri bagagli nelle rispettive stanze e ritornammo di sotto in una bella sala dove la signora incontrò una zitella un po’ attempata che aveva conosciuto l’anno precedente; si baciarono e poi tutti e tre andammo al cinema e per cortesia dovetti pagare per tutti: la cosa non mi entusiasmò, avendo i soldi contati. Cercai di evitare che ciò si ripetesse, con evidente delusione della signora.

Davanti al nostro albergo ce n’era uno di prima categoria con un grande parco e un magnifico giardino: non ricordo quanto si pagasse ma era una somma molto alta. In questo albergo c’era una famiglia che la signora aveva conosciuto l’anno precedente e quando si incontrarono la invitarono a fare una gita con loro. Avevano una macchina lussuosa, si vede che avevano soldi da buttar via perché di quelle gite ne fecero parecchie; lei abbandonò la nostra compagnia e non la vedemmo più perché la sera rientrava molto tardi. Partivano la mattina e tornavano la sera, pranzavano fuori: la signora aveva trovato il pane per i suoi denti. Così io rimasi con la zitella, una donna molto modesta che commentò la cosa dicendo: “Ha visto? Ci ha abbandonati senza dirci niente”. Io fui contento che fosse finita in quel modo.

La mattina presto andavo a fare i fanghi (avevo scelto questo turno perché così dopo la cura potevo stare in caldo a letto finché volevo), entravo in uno stanzino dove mi facevano sdraiare sopra un tavolo completamente nudo, mi mettevano uno strato di fango su tutta la gamba e rimanevo così per un certo tempo poi mi portavano in un altro stanzino dove con getti d’acqua mi lavavano tutto (l’ambiente era caldissimo e pieno di vapore), poi, dopo avermi lavato bene, mi coprivano con una coperta di lana e mi accompagnavano nella mia camera raccomandandomi di non scoprirmi. Io non sapevo dove andare e quindi mi rialzavo molto tardi.

A una cert’ora mi portavano il caffellatte in camera con i biscotti. Quando mi alzavo, in in attesa del pranzo andavo a fare un giretto nei giardini pubblici: la noia era all’ordine del giorno. A pranzo mi assegnarono ad un tavolo in compagnia di un professore di Lettere di poche parole: era solo preoccupato di mangiare in punta di forchetta e quando c’era il pollo lui voleva la bistecca; di frutta mangiava solo uva, niente pesche, pere, mele, eppure c’erano delle pere buonissime e di prima qualità; il brutto era sbucciarle ma io me ne fregavo e le sbucciavo tenendole ben ferme con la mano.

Passai sei giorni monotoni quando incontrai mio cugino Aldo Sapignoli di Savignano e sua moglie: erano venuti anche loro per i fanghi per curarsi per dolori artritici, erano anche loro in un albergo di seconda categoria poco lontano e gli ultimi quattro giorni trascorsero velocemente.

Avendo loro la macchina, un giorno siamo andati a Padova e abbiamo visitato il santuario di Sant’Antonio e girato per la città. Io andavo al loro albergo e loro venivano dove ero io, passeggiavamo insieme e il tempo passava piacevolmente. La sera si stava seduti in giardino al fresco e veniva una vecchietta con un cappellino di paglia in testa e cantava con voce sfiatata vecchie canzoni: il padrone dell’albergo ci disse che in passato era stata una bravissima cantante e adesso viveva di carità e tutti gli alberghi la lasciavano cantare perché i soldi che prendeva se li era guadagnati.

Quando tornai a casa dispiacque molto ai Sapignoli perché rimanevano soli.

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