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Le Officine nel settembre del 1944. Foto tratta da Rimini Sparita

Come ho già detto l’Officina ogni giorno si avvicinava alla normalità e per accelerarne l’efficienza si facevano due turni e io facevo quello pomeridiano.

Avevo la direzione del reparto torneria e anche il compito della sistemazione delle ruote per locomotive. Le ruote, con i cerchioni montati e torniti, arrivavano dall’officina di Foligno, non avendo la nostra officina ancora le macchine necessarie per farlo.

Una sera il manovale addetto non riusciva a spostare una ruota motrice e allora andai ad aiutarlo (le ruote motrici hanno un contrappeso da una parte ed è molta fatica manovrarle). Gli dissi: “Facciamola tornare indietro, poi la spingiamo a tutta forza”. In questo modo riuscimmo a spostarla ma non ci accorgemmo che nell’urto il cuneo che la teneva ferma si era spostato, per cui questa si mosse e mi prese il piede sinistro che in quel momento era sul binario: per fortuna il contrappeso era a fine corsa e la ruota, urtando il mio piede, tornò indietro perché se il contrappeso si fosse trovato in una posizione diversa avrei perso la gamba.

L’urto non fu lieve, facevo fatica a camminare; allora due operai mi caricarono su un camion e mi portarono a casa. Mia moglie era disperata, non sapeva cosa fare, ma Mario non si perse d’animo: spalancò tutte le porte per dar modo di entrare e così gli operai mi portarono in camera da letto. Li ringraziammo ed essi si congedarono facendo gli auguri perché andasse tutto a buon fine. Durante la notte il male fu fortissimo e la mattina mi portarono all’ospedale dove, con i raggi, mi trovarono un’incrinatura nel tallone. In ospedale rimasi sei giorni e mi ingessarono il piede facendo un segno dove c’era la ferita.

All’ospedale mi avevano messo in un grande camerone dove eravamo in dodici e questo non fu piacevole perché c’era chi si lamentava ed era fatica dormire. Mi ricordo di un malato che aveva un gran male e chiamò l’infermiere perché gli facesse un’iniezione calmante, l’infermiere lo accontentò poi mi disse che nella siringa non c’era il siero perché avendone fatta una poco prima non gliene poteva fare un’altra. Questa confidenza me la fece perché eravamo amici.

La domenica, con mia grande sorpresa vennero a trovarmi una ventina di operai che più tardi i degenti mi dissero: “Si vede che si fa voler bene dai suoi operai”.

Anche dopo che fui tornato a casa, il piede mi faceva male e lo  feci sapere ai medici dell’ospedale, come eravamo d’accordo. Mi mandarono a casa un infermiere che fece un tassello nel punto segnato dove c’era la ferita e poi veniva a casa a medicarmi tutti i giorni. Portai l’ingessatura per sessanta giorni.

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