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Lo stabilimento delle Officine Grandi Riparazioni di Rimini dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale – da Rimini Sparita

Il 25 aprile del 1945 l’Italia era libera dai Tedeschi, per cui mi diedero una squadra di 6 operai e una nota di macchine da andare a prendere a Verona. Partimmo subito e a Verona, aiutati dai manovali del posto, caricammo le macchine sui diversi carri; torni, frese, pialle ecc. Nella nota erano segnate 20 macchine ma io ne caricai 32.

L’officina stava riprendendosi lentamente. Gli operai erano pieni di buona volontà e si adoperavano in tutti i modi perché si aveva paura di trasferimenti. Sul tetto lavorava una squadra di operai che sistemavano delle lamiere; un operaio mise un piede su un “varese” che si ruppe ed egli cadde dall’altezza di dodici metri. Io ero poco lontano e pensavo che si fosse sfracellato ma con mia sorpresa lo vidi rialzarsi. Venne portato all’ospedale dove purtroppo morì il giorno dopo: mi dissero che era rotto internamente.

Le macchine recuperate a Verona furono sistemate nei loro posti. Furono dati in appalto i lavori di copertura del tetto, arrivarono i gasometri per cui si poté lavorare con la saldatura autogena e si ripararono le capriate; poi arrivarono anche delle macchine nuove e fu data in appalto la costruzione di un nuovo capannone per il reparto ruote. Il muro di cinta dell’officina fu riparato e l’entrata venne spostata da via delle Officine all’angolo tra la via delle Officine medesima e via Tripoli. Molti operai prima di essere assunti in ferrovia facevano i muratori e quel muro fu fatto da loro, e anche l’entrata. Si stava tornando alla normalità.

Per me fu un periodo massacrante perché, come ho detto, dovevo rimediare la legna, spaccarla, segnarla, dovevo andare a prendere l’acqua potabile da un contadino poco lontano e la sera lavoravo fino a tardi per costruire lumi. Intanto in officina, per poter snellire i lavori, si stabilirono due turni di lavoro, uno al mattino e uno al pomeriggio.

Io scelsi il secondo così la mattina aiutavo mia moglie, facevo la spesa, spaccavo e segavo la legna, lavoravo ai miei lumi e con i copertoni fuori uso delle biciclette risuolavo le scarpe (questo lavoro l’ho fatto anche quando ero a Rivarolo).

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