Io intanto continuavo a fare i miei viaggi: uno alla volta portai a Rimini i materassi, le coperte, i vestiti che prima di fuggire a San Marino avevamo nascosto in un sottoscala. Ricordo che quando li vidi mettere i loro bauli in quel sottoscala domandai se c’era un posticino anche per me; prima risposero di no poi mi dissero che era rimasto un posticino e così infilai il mio baule, quindi il nascondiglio venne chiuso con un muro che sporcarono con la fuliggine del camino per far credere che fosse un muro vecchio.

Quando demolirono il muro e tirarono fuori i bauli e le casse i loro vestiti erano pieni di muffa, mentre il mio baule, che era sopra, restituì i miei vestiti in buone condizioni; vuotai il baule, portai a casa i vestiti e mia moglie fu contenta.

Per portare giù i mobili mi misi d’accordo con un carrettiere che aveva un mulo: la mattina presto andammo a Vergiano e caricammo il mobilio poi, siccome in precedenza avevo sepolto tutte le terraglie, piatti e bicchieri, il contadino aprì la buca e tirammo fuori tutte le cassette con le stoviglie, con gran sorpresa degli Inglesi che si erano attendati proprio in quel campo.

Tornammo a Rimini col carico prima che cominciassero a circolare gli Inglesi con i loro autocarri che intasavano le strade. Arrivammo al ponte sull’Ausa e ci trovammo in difficoltà: i Tedeschi prima della ritirata l’avevano fatto saltare e gli Inglesi ne avevano montato uno provvisorio e molto alto: per attraversarlo bisognava affrontare una forte salita e il mulo non ce la faceva, io ero  disperato perché se cominciavano a circolare gli autocarri non l’avrei potuto attraversare; domandai aiuto a diversi passanti; il carrettiere fece fare un bel giro al mulo e con l’aiuto delle diverse persone spingemmo a tutta forza incitando il mulo e il carro superò il ponte; fu per me un altro sospiro di sollievo. A Vergiano non c’era rimasto più niente, però mi avevano fregato la macchina fotografica e alcuni attrezzi di lavoro.

Come ho detto non eravamo molto contenti della famiglia di mia sorella e neanche lei lo era: tra l’altro una cucina sola per due famiglie costituiva un intralcio reciproco continuo. Quando seppi che da Semprini all’angolo tra via Tripoli e via XX Settmebre c’era un appartamento libero, chiamammo un carrettiere, caricammo il mobilio di mia sorella e occupammo l’appartamento: tutte le porte erano aperte essendo tutte le serrature scassinate. Quando il padrone seppe che avevamo occupato l’appartamento che aveva promesso a un suo conoscente, voleva buttarci fuori; io gli dissi che mia sorella e i suoi se ne sarebbero andati appena avessero trovato un altro appartamento e mi arrabbiai molto. Lui mi disse che ero un prepotente, quella parola mi è rimasta indigesta, nessuno me l’aveva mai detta e mi è dispiaciuto, ma era stata la disperazione a farmi agire così.

Dopo pochi mesi mia sorella trovò l’appartamento dalle Ugolini in Piazzetta Plebiscito e lasciò libero l’appartamento.

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