La mattina dopo incontrammo il farmacista Ugolini, amico di famiglia, che ci mise a disposizione la sua casa, così ci trasferimmo subito. In cantina aveva diversi viveri e mi chiese se potevo aggiustare la serratura perché non funzionava; gliela aggiustai e così chiuse la porta e portò via la chiave; noi rimanemmo un po’ male per la diffidenza. Lui non abitava in quella casa perché ne aveva un’altra.

In quella casa rimanemmo solo la mattina, perché arrivarono tante granate, una colpì la canna fumaria e le macerie caddero internamente. Allora andammo in città e quella sera ci alloggiò il parroco della chiesa di San Marino: ci mise in un corridoio di passaggio e per questo non potemmo rimanere. Il parroco si interessò e poté ottenere che fossimo alloggiati in una scuola. Qui la sera stendemmo le nostre coperte e dormimmo a terra. Anche qui arrivò una granata che scoppiò sul tetto producendo un grande squarcio ma non arrivò dove dormivamo noi.

Alcuni giorni dopo girando per San Marino mi trovai in uno spiazzo quando arrivò un camion americano pieno di viveri: mi misi ad aiutare a scaricarlo e senza volerlo, mi misi al banco per consegnare le scatolette di carne agli sfollati. Alle 13 si sospese la consegna e presi diverse scatolette e mangiammo carne di bufalo mista con quella di maiale, molto buona. Ritornai il giorno dopo e ripetei lo stesso lavoro e così feci una bella provvista di carne.

Poi incontrammo Egidio, un ex dozzinante della mamma di mia moglie, che era incaricato di distribuire il pane così io gli diedi delle scatolette di carne in cambio di pane buono e bianco. Il nostro pane era diventato duro e un po’ ammuffito, lo regalammo alle signorine Grossato che non finivano mai di ringraziare: stavano peggio di noi. Per mangiarlo lo mettevano a bagno nell’acqua. Io e Achille andavamo nella Basilica di San Marino tutte le mattine alla messa e facevamo la Comunione.

La sera ci trovavamo nella parte più alta della città e vedevamo diversi incendi nella città di Rimini. Il dottor Ugolini diede a me e ad Achille una fascia da braccio della Croce Rossa in maniera che ci credessero infermieri ma per fortuna nessuno ci chiese di fare un’iniezione perché non so come ce la saremmo cavata. Così trascorsero diversi giorni, poi ci dissero che potevamo tornare a Rimini non essendoci più i Tedeschi.

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