Ero a San Martino dei Mulini per comperare il pane; il forno era pieno di gente quando inaspettatamente entrarono i Tedeschi, presero gli uomini presenti, ci portarono e ci dissero che dovevamo condurre le bestie sequestrate ai contadini (buoi, vacche, vitelli).

Io avevo il tesserino di libera circolazione lasciatomi dalle Ferrovie dello Stato, lo presentai e stavano per lasciarmi andare quando altri ferrovieri, che avevano lo stesso tesserino, lo presentarono e i Tedeschi, visto che eravamo troppi, ritirarono i tesserini dicendo che ce li avrebbero consegnati a lavoro ultimato; poi ci assegnarono 10 bestie ciascuno da condurre; ci fu uno che cercò di scappare ma gli spararono diversi colpi di fucile, non so se l’hanno colpito.

Partimmo con le bestie, sempre sorvegliati dai Tedeschi; dopo aver fatto un bel tratto di strada vedemmo avvicinarsi uno stormo di velivoli: credemmo che fosse finita ma i Tedeschi entrarono in una casa colonica, noi entrammo con loro e ci ritirammo sotto il portico. I contadini volevano che andassimo via dicendo che più avanti c’erano dei grossi alberi che ci potevano nascondere e, per convincere i Tedeschi, offrirono loro un paniere pieno di uova ma essi presero le uova e non si mossero. Si vede che non erano l’obiettivo da colpire perché sganciarono le bombe lungo la linea ferroviaria su un treno che trasportava munizioni e sentimmo molti scoppi anche dopo che i velivoli se ne erano andati. Certo, la paura fu molta.

Condurre quelle bestie non era una cosa facile: erano stanche e ogni tanto qualcuna rimaneva indietro e allora erano botte per smuoverla. Finalmente verso sera arrivammo in un casolare, le bestie furono mandate nel campo a pascolare mentre a noi i tedeschi diedero un pezzo di pane nero e marmellata. Dormimmo nella stalla.

Viaggiammo così per tre giorni e arrivammo a Cervia; qui ci pagarono con moneta italiana (carte nuove di zecca), ci restituirono i tesserini e ci lasciarono liberi. Macellarono le bestie e ci domandarono se volevamo un po’ di carne ma rispondemmo di no. Avevamo comperato del sale, allora assai raro; quello che me lo aveva venduto mi diede un panno per fare una bisaccia, lo infilai in un bastone e la misi in spalla. Non l’avessi mai fatto: il sale col calore del sole si scioglieva e mi rovinò la giacca e dovetti buttarla via.

La paura di incontrare altri Tedeschi ci metteva le ali ai piedi. Pernottammo solo una notte: un contadino ci alloggiò (era una brava persona), ci diede da mangiare del buon prosciutto e un buon bicchiere di vino ma per dormire dovemmo stare nella stalla. La mattina partimmo presto dopo aver ringraziato i contadini.

Arrivammo a San Martino dei Mulini ove c’era ancora la mia bicicletta, la presi e partii subito e arrivai a casa con un sospiro di sollievo. Mia moglie era stata avvisata dalle donne che erano nel forno e aveva paura che ci portassero in un campo di concentramento e per lei era un tormento. Per me fu solo una brutta avventura.

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