bombardamentiFoto da Rimini Sparita

Dopo il bombardamento del 27 novembre, come ho già detto, decidemmo di sfollare: andai dai miei parenti Carlotti a Vergiano per chiedere se ci potevano ospitare ma mi dissero che non c’era posto perché l’avevano ceduto ad altri parenti, gli Abbà. Fu allora che mia cognata Annettina ne parlò con Zoli che ci mandò a Marchet. Poi seppi che i miei zii alloggiarono altri parenti che si adattarono a stare in cantina, mia sorella Enrica con il marito e i figli in un magazzino interno senza finestre ed altri ancora nella stalla. Non rimpiango il loro rifiuto perché sarei stato coinvolto nel bombardamento e chissà come sarebbe andata a finire.

Da Marchet ci adattammo come meglio si poteva: il contadino non era molto garbato; la persona più disponibile era la Gina, moglie del contadino Guido; poi conoscendoci meglio si formò un certo rapporto buono ma l’unica persona che rimase antipatica fu la sorella del contadino, Aldina, un’acida zitella.

Intanto a Rimini vi furono altre incursioni e rimase colpito il reparto torneria il cui pavimento era formato da tanti cubetti di legno e gli operai li portavano a casa per alimentare la stufa e anch’io avevo una borsa che riempivo e li portavo a casa. La mattina partivo dalla stazione di Vergiano col trenino e la sera dopo il lavoro tornavo sempre col trenino. La vita trascorreva come si poteva, data anche la scarsa disponibilità finanziaria; la sera si cenava col latte che io o mia moglie andavamo a prendere da un contadino che aveva le mucche; mia moglie fece anche dei formaggi che metteva in un grande recipiente di terracotta e, come ci avevano insegnato, li copriva con la cenere.

Quando sfollammo a San Marino la nostra camera venne colpita da una granata che sfondò il tetto e fece piovere sul recipiente dei formaggi: la cenere bagnata nascose i formaggi e quando tornammo li trovammo tutti con meraviglia del contadino che non pensava che sotto la cenere di fossero dei formaggi.

Quando mi dichiarai ammalato per non andare a Milano aiutai il contadino a mietere e si mangiava al campo del buon prosciutto e pane fatto e cotto nel loro forno: avrei voluto portare un po’ di prosciutto ai miei bambini ma non era possibile perché mi tenevano d’occhio.

Dopo di noi da Marchet arrivò la sorella Anita col marito Anacleto Bianchi e due bambine, poi venne il babbo di Guido con la moglie e una figlia della seconda moglie.

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