stazioneFoto tratta da Rimini Sparita

Il primo novembre 1943 ci fu il primo bombardamento, fu piuttosto consistente e furono colpiti anche alcuni capannoni dell’officina; ne seguirono altri e l’incursione del 27 novembre provocò parecchi danni; allora molti abbandonarono la città, non solo i singoli ma anche gli uffici e istituti pubblici. Gli uffici dell’officina si stabilirono nel palazzo Ghezzi ma le incursioni si intensificarono e noi decidemmo di sfollare.

L’Annettina [sorella della Teresina, moglie di nonno Guido] ne parlò al suo datore di lavoro, signor Zoli, che ci indirizzò in un suo podere a Vergiano in via Sarzana. Il contadino era Marchet che ci mise a disposizione una camera che aveva solo gli scuretti esterni alle finestre, e allora feci costruire il telaio con i vetri da Guerra, mio amico; il  pavimento aveva parecchi mattoni che si muovevano e io li murai. Oltre a questo, la camera era di passaggio quindi, avendo un paravento, la divisi lasciando un piccolo corridoio per il passaggio dei contadini, tanto per essere liberi.

La camera era abbastanza grande e mettemmo il letto, la credenza, il tavolo, la stufa, il letto per Mario e il comò; eravamo un po’ stretti ma ci siamo arrangiati. Intanto a Rimini le incursioni si intensificarono: quello del 28 dicembre sul centro cittadino fu davvero efferato, produsse danni gravissimi e vi furono parecchi morti.

Il bombardamento avvenne in due riprese. Quel giorno avevo appena finito di mangiare che vi fu l’allarme e scappai a tutta velocità, attraversai il palazzo Ghetti e corsi verso la campagna mentre con rombo terribile si avvicinavano i bombardieri. Mi buttai subito a terra e guardando verso l’alto vidi sganciare le bombe che arrivavano a terra con fracasso infernale.

Passata la formazione corsi verso la strada che porta verso la Grotta Rossa per vedere cosa era successo di mio cognato Peppino [fratello della Teresina, moglie del Nonno Guido] e dell’Olga sua moglie e del suo babbo ma vidi avvicinarsi un’altra formazione di bombardieri per cui corsi nella cava buttandomi subito a terra. Vicino c’era una povera donna disperata che diceva: “Questo è un castigo di Dio, uomini non bestemmiate”. Siccome guardava a me le dissi: “Io non ho mai bestemmiato” e la esortai a stendersi a terra per evitare lo spostamento dell’aria ma mi rispose che non ce la faceva a stendersi.

Finalmente anche questa formazione passò e così andai a vedere di Peppino. La casa dove erano sfollati era stata colpita e c’era un mucchio di macerie ma non ci fu nessuna vittima perché erano andati tutti nel campo. In quei bombardamenti l’officina era stata colpita parecchio perciò l’attività era scarsa.

Mia moglie, impensierita, con la bicicletta corse in città per avere mie notizie e fortuna volle che incontrasse una signora che la rassicurò dicendole che mi aveva visto andare verso l’officina e che stesse tranquilla. Infatti ero andato all’officina per vedere i danni e per sapere come mi dovevo contenere. Gli uffici fecero un secondo trasloco e furono portati a Vergiano, in una casa poco lontano dalla chiesa.

Il servizio, date le condizioni dell’officina, aveva disposto dei traslochi e io dovevo andare all’ufficio collaudi di Milano: ero disperato: dovevo partire solo e lasciare la famiglia. Domandai un po’ di tempo per sistemare le cose prima di partire e mi fu concesso, ma mi dissero di tenermi pronto. Nel frattempo mi recai dal medico di servizio che era il professore Silvestrini e dissi di avere un ascesso all’ano che mi dava molto fastidio: siccome questo disturbo l’avevo avuto in passato gli descrissi il male ed egli mi fece spogliare, mi esaminò e disse: “Io non vedo niente”. Io ribattei che il male era interno, non era convinto però mi diede un mese di malattia. Passato il mese non mi presentai ma andò mia moglie, disse che stavo ancora male e mi venne concesso un altro mese. Intanto a Rimini continuavano i bombardamenti.

Per ritirare lo stipendio dovevo andare negli uffici che, come ho detto sopra, si trovavano a Vergiano. Trascorse anche il secondo mese di malattia e mia moglie andò all’ambulatorio che si trovava vicino alla Grotta Rossa per rinnovare la mia malattia. Davanti all’ambulatorio vi erano diversi operai e quando il professore Silvestrini vide mia moglie, disse: “Prima la donna”, le fece il prolungamento di malattia, lei inforcò la bicicletta e pedalando a tutta forza ritornò a Vergiano sotto i bombardamenti.

In quella occasione sfidò la morte per mantenere la famiglia unita.

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