In quel periodo eravamo privi di tutto, perciò un giorno, parlando con un mio operaio, domandai come potevo fare per rimediare un po’ di olio e questi mi rispose di chiederlo all’operaio Ferri; andai da questo operaio il quale mi disse che ne era sprovvisto ma sarebbe andato al suo paese (San Benedetto del Tronto) perché ne aveva bisogno anche lui.

Così ci mettemmo d’accordo e la mattina dopo partimmo insieme. Arrivati a San Benedetto andammo all’oleificio; purtroppo non c’era olio pronto e piuttosto che ritornare a casa a mani vuote, prendemmo l’olio appena spremuta ancora molto torbido.

Tornammo a casa con la paura che la milizia fascista ci sequestrasse tutto, ma andò tutto a buon fine.

Poi quell’operaio mi insegnò come dovevo fare per depurare l’olio; bisognava farlo bollire in modo che l’olio pulito veniva a galla mentre la parte pesante rimaneva sul fondo: quasi un litro andò perduto, ma il produttore aveva calcolato la perdita e ce lo aveva dato con lo sconto.

Per la farina i miei parenti mi diedero trenta chili di grano che macinavo con la mia macchinetta. Questo grano fui costretto a metterlo in una damigiana per salvarlo dai topi affamati.

Diverse volte sono andato dai miei parenti di Savignano che avevano il mulino a cilindri (Sapignoli) e mi davano il fiore a due lire al chilo. Col ritorno a Rimini, lo spettro della fame non c’era più.

Annunci