16mesiQuesto è il primo racconto che babbo Nello ha scritto su mia richiesta, con l’intento di rendere più completa la narrazione del nonno Guido e di mostrare gli stessi avvenimenti dal punto di vista di un bambino (nella foto aveva 16 mesi: era il 1939). 

“Il potere inebria” è ambientato a Rivarolo, e con esso si chiude la storia di questo periodo passato, per lavoro, fuori Rimini.

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Durante il periodo bellico, quando io avevo tre anni, mio padre, per motivi di carriera, venne trasferito da Rimini a Genova, frazione Rivarolo. Vi rimanemmo dal 1941 al 1942, in piena era fascista. Fu certamente uno dei periodi più difficili per la mia famiglia. Mia madre spesso ricordava come fosse difficile procurarsi il cibo. Tutto era controllato si poteva acquistare solo con la tessera annonaria in quantità ridottissime una gamma di prodotti a dir poco ristretta.

La possibilità di acquistare al mercato nero qualcosa in più a noi era preclusa perché, essendo forestieri, i commercianti non si fidavano di mio padre temendo che fosse un poliziotto in borghese. Così mio padre, uomo di modesta corporatura, in un paio d’anni dimagrì di venti chili.

Ricordo i primi bombardamenti su Genova, ricordo ancora il suono lugubre delle sirene che in piena notte ne preannunciavano l’inizio, svegliandoci di soprassalto, in una angoscia frenetica che mia madre non riusciva a nascondere, nella foga di infilarmi le scarpe, il cappotto e fuggire tutti fuori casa, attraverso il giardino di un vicino e poi di corsa, al buio, verso la salvezza in una vicina galleria. “Allarme, allarme” si sentiva gridare nel timore che qualcuno non si fosse svegliato.

In questo periodo di disciplina ferrea e ideologica a cui anche la popolazione era costretta, la devozione al Duce e la sua esaltazione erano il pane quotidiano distribuito ben più copiosamente di quello alimentare, fino dai primi anni della scuola elementare. Mentre i ragazzini delle scuole medie erano i “Balilla” con tanto di camicetta militare grigioverde, il fez con relativo pennacchietto in testa e, in occasione delle parate, un modellino di moschetto in braccio, i più piccoli delle scuole elementari erano solo “Figli della lupa” e per loro ancora niente moschetto. Ma tant’è. Vuoi mettere l’orgoglio inculcato in un bimbo a cui viene dato l’onore di indossare l’uniforme simile a quella di un glorioso combattente? Così, tanto onore per mio fratello maggiore, scolaro elementare, solo invidia per me, disonorevolmente troppo piccolo.

Ma poiché talvolta il destino ci riserva delle opportunità non previste, anch’io ebbi la mia opportunità di riscatto.

Abitavamo al piano terreno in una piccola villetta. Al piano di sopra viveva la famiglia Rivara composta dal signor Mario, la signora Giacomina, il figlio loro, ufficiale del regio esercito. Questi coinquilini erano persone assai affabili e dimostravano molta simpatia per me perché ero un bambino vivace, ben educato e dicevano molto simpatico. Così quando potevo salivo volentieri a casa loro e, talvolta, sapendo che ero interessato alla musica, il signor Mario prendeva dall’armadio il suo vecchio mandolino, la signora Giacomina la sua chitarra e mi improvvisavano un piccolo concertino.

Un bel giorno, mentre stavano riponendo i loro strumenti nell’armadio, la mia attenzione fu colpita dallo splendore dell’uniforme militare del figlio ufficiale. Ne rimasi talmente affascinato che la signora, divertendosi non poco, mi mise in testa il cappello da ufficiale, mi mise a tracolla la fascia azzurra da parata e, con fare marziale, mi affidò nientemeno che la sciabola nella sua lucentissima guaina.

Vista la mia incontenibile ambizione pensò bene di pormi, così ben bardato, di fronte allo specchio. Solo molti anni dopo imparai che l’abito non fa il monaco. Ma io, in quel momento dovevo pur viverlo, vero o fasullo, il mio momento di gloria! Così, inebriato dal potere conferitomi, impugnata la sciabola (con guaina) mi misi a gridare a squarciagola: “Adesso comando io, perché io sono il Duce!”.

Babbo Nello

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