Il dopolavoro ferroviario di Rivarolo per la festa dell’Epifania a tutti i bambini dai 5 ai 10 anni dava un regalo. Mario aveva diritto al regalo mentre Lionello, avendo solo 3 anni, non ne aveva diritto. Ci recammo al dopolavoro e a Mario come regalo fu data una fisarmonica.

Quando tornammo a casa successe il finimondo: Lionello voleva “la musica” (così chiamava la fisarmonica) e non ci fu  verso di calmarlo. Si calmò solo quando gli dissi che gliela andavo a comperare. Andai in un negozio di giocattoli, trovai una piccola fisarmonica e la portai a casa, gliela consegnai e lui, contento, si mise a suonare.

Ancora a Rivarolo rimanemmo due anni: la fame era all’ordine del giorno. Il fornaio, in considerazione del fatto che avevo bambini piccoli, mi dava qualche pezzo di pane fuori tessera per cui tutti i giorni, a mezzogiorno, quando uscivo dall’officina andavo al forno pieno di gente e mi mettevo in un angolo come un poveretto in attesa che mi allungassero quel pezzo di pane.

Un giorno io e un operaio che si chiamava Grillo siamo andati in Piemonte a prendere un po’ di patate: i contadini erano diffidenti ma Grillo, che era del posto, li tranquillizzò e riempimmo la valigia, tornammo a Rivarolo con la paura che la milizia ce la portasse via, ma tutto andò bene.

Un altro operaio che abitava a Savona (era un pendolare) e tutti i giorni prendeva il treno per venire a lavorare, ogni tanto mi portava uova fresche che davamo da bere ai bambini oppure ne facevamo una frittata; erano persone dal cuore d’oro che mi volevano bene e cercavano di aiutarmi.

Mi ero costruito una lattina aderente alla pancia e con un operaio andai a Daiano Marina a prendere olio; durante il viaggio, benché la lattina fosse piena ad ogni piccolo movimento borbottava e stavo  sempre con la paura che la milizia se ne accorgesse e me la portasse via. Quell’olio non l’ho potuto adoperare perché l’ho scambiato con della farina, così con le uova si faceva la minestra.

Un giorno sentii bussare alla porta, andai ad aprire e mi trovai di fronte l’operaio Grillo che mi portava una grossa mela renetta dicendomi che era per i miei bambini; mia moglie, commossa, lo fece entrare ma si trattenne poco perché la sua famiglia, non vedendolo, poteva stare in pensiero.

Non è vero che il mondo è brutto, che le persone sono cattive; di atti di solidarietà e di bontà sconosciuti ne abbiamo avute le prove.

Io per andare a lavorare, per evitare una strada lunghissima dovevo fare centoquarantotto scalini due volte al giorno; la discesa era facile, ma la salita era dura: ero dimagrito 18 chili. Il vitto era scarso e questo influiva molto.

Il mio capo reparto mi accusava dicendomi che io non facevo mai rapporto e che ero d’accordo con gli operai, ma io rispondevo che non avevo bisogno di fare rapporto perché li convincevo a lavorare bene con le buone maniere e lui, dimostrando di essere sempre Garrone, mi diceva che ero un cattivo tecnico e che non facevo l’interesse dell’Amministrazione: per me quel superiore era cattivo e malvisto anche dalle maestranze.

Poco lontano dalla nostra casa c’era un contadino che aveva le mucche: il latte lo doveva portare alla centrale, perché era razionato, ma venuto a sapere che avevamo bambini piccoli, levava un litro di latte tutti i giorni e ce lo portava la mattina presto: bussava nei vetri della finestra che era a pian terreno, e ce lo consegnava.

Per Natale comperai dal macellaio clandestinamente un po’ di carne macinata per fare i cappelletti (anche la carne era razionata). Siccome il compasto lo facevo io, nel mescolare la carne ogni tanto vedevo venire fuori dei pezzettini neri con pelo finissimo: non so che razza di animale fosse, la mia impressione era che fosse carne di topi. Non dissi niente, feci cenno a Mario, che era presente e si era accorto della cosa, di tacere, levai quei pezzettini e continuai il mio lavoro; i cappelletti erano buoni e agli altri questo fatto lo raccontai in seguito.

(Continua…)

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