Un giorno dissi all’operaio Grassano che volevo fare una specie di macinino per macinare il grano e lui rispose che saremmo andati da un suo amico che raccoglieva ferri vecchi.

Così ci recammo da questo amico dal quale trovai un cilindro di bronzo che alle estremità aveva due coperchi avvitati, trovai anche una vite lunga con una bella filettatura, ed anche quattro dischi di ferro e comperai tutto. Con quel cilindro di bronzo riuscii a fare una macchinetta rudimentale per fare la pasta (gli spaghetti).

A un coperchio feci tanti forellini leggermente svasati all’interno che servivano per fare uscire gli spaghetti. Per fare girare la vite, a cui avevo applicato un disco, avevo fatto un manubrio, al cilindro avevo messo una staffa con la coda stretta con una vite e con un’altra vite veniva fissata al tavolo. Per adoperarla ci voleva un po’ di forza perché per fare uscire gli spaghetti occorreva una forte pressione. Con i dischi riuscii a fare un macinino per macinare il grano.

Questi lavori li facevo la sera quando uscivo dal lavoro, perciò impiegai diverso tempo. Per certi lavori di tornitura mi rivolsi a Grassano che, essendo del posto, andava da un altro suo amico che aveva una piccola officina e aveva anche il tornio; io gli davo le misure e lui mi portava i pezzi torniti.

Quando ritornai a Rimini comprai il grano e dovetti metterlo nelle damigiane perché i topi me lo mangiavano. Quando sfollammo da Marchet con la macchinetta della pasta feci gli spaghetti anche per loro, però il manubrio lo facevo girare a loro.

Il macinino del grano non faceva la farina molto bianca perché la crusca veniva un po’ macinata ma a quei tempi averla era difficile e ci si accontentava di buon grado.

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