Arrivai a Rivarolo e andai subito alle officine con la lettera di presentazione all’ingegnere capo dell’officina, il quale mi accolse cordialmente e mi disse di andare con quella lettera dal capo reparto Garrone: questi chiamò l’operaio che funzionava da sottocapo tecnico e gli disse di darmi le consegne.

La lettera era la seguente:

Firenze 17 settembre 1940

Con la presente si dispone il trasloco per servizio e con decorrenza 15 ottobre p.v. dell’operaio di prima classe tornitore Fabbri Guido da codesta officina a quella di Rivarolo. Mentre si prega di confermare, si avverte che detto agente, riuscito vincitore del concorso interno a posti di sottocapo tecnico fucinatore, dovrà essere utilizzato per ora nelle funzioni saltuarie di detta qualifica, in attesa che possano essergli affidate le funzioni permanenti in base all’art. 63 R.P.

Poiché il Fabbri è attualmente di mestiere tornitore ed è riuscito idoneo, oltre graduatoria, anche per sottocapo tecnico tornitori, codeste officine potranno utilizzarlo indifferentemente per i suddetti mestieri.

Il mio capo reparto di Rimini mi disse che a Rivarolo c’era un capo tecnico suo amico e mi diede una lettera di presentazione nella quale gli chiedeva di aiutarmi ad inserirmi nel nuovo ambiente.

Del futuro capo reparto, Garrone, quando mi presentai ebbi subito una cattiva impressione. Quando lesse la lettera di presentazione, c’era con lui quel capo tecnico amico di quello di Rimini, disse: “Chi è questo Fabbri, un padreterno?”. Questo mi dimostrò la sua antipatia nei miei confronti; in seguito avemmo diversi scontri e una volta, esasperato, andai dall’ingegnere capo dell’officina e dissi che invece di fare il capo reparto, Garrone stava bene fra gli scaricatori del porto che forse erano più educati di lui; ero così indignato che dissi all’ingegnere: “Se continua così, non rispondo più delle mie azioni”. L’ingegnere cercò di di calmarmi e mi disse che gli avrebbe parlato. Da quel giorno la situazione cambiò ma il proverbio dice che la volpe cambia il pelo ma non il vizio. Infatti cercava sempre di farmi del male e girava in torneria cercando sempre qualche cosa da rinfacciarmi ma gli operai, che mi volevano bene, lo seguivano e se c’era qualche cosa che non andava bene o un ritardo nelle consegne di un lavoro, venivano a informarmi e in tal modo avevo sempre la risposta pronta. Una volta un operaio offeso perse la pazienza e gli diede un manrovescio; io da lontano vidi ma non dissi niente.

Quando arrivai a Rivarolo alloggiai per circa due mesi in casa della Gianna, sorella della moglie di mio fratello, che aveva la casa a Sampierdarena e tutte le mattine dovevo prendere il tram perché Rivarolo era lontano. Tutte le domeniche si girava insieme per cercare un appartamento, per poter trasferire la famiglia ma quei pochi appartamenti vuoti che avevamo trovato non mi furono dati perché avevo dei bambini.

Dopo due mesi l’amico Grassano mi disse che un suo amico lasciava libero l’appartamento e andammo subito dal padrone di casa. Aveva appena sottoscritto il contratto che arrivò la signora Giacomina Rivara, futura nostra coinquilina, con la proposta di fare un cambio con un appartamento poco lontano ma io rifiutai e il padrone disse: “Quando il contratto è fatto con cambio niente”.

In seguito la signora fu contenta di come andarono le cose e si giustificò dicendo che, essendo noi forestieri, aveva paura di trovarsi male.

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