Quando entrai in casa incaricai mia moglie di chiedere se la potevo chiamare mamma, lei rispose che non era la mia mamma ma era la “signora Maria”.

Ma il bello venne dopo due anni trascorsi in famiglia. Mussolini disse che le ferrovie erano in passivo e diminuì gli stipendi: a me portarono via 50 lire al mese e in questo modo prendevo meno di 500 lire al mese, perciò dissi che non le potevo dare più le 450 lire che le avevo dato sino ad allora. Se la prese con mia moglie e disse: “Te l’avevo detto che avevi portato a casa la miseria”. L’Enrica mi disse che loro, in quattro, non spendevano più di 300 lire al mese.

D’accordo con mia moglie presi una decisione: feci la richiesta per avere la cessione del quinto dello stipendio, che mi venne accordata, e con quei soldi comprammo il mobilio che ci mancava e le cose più necessarie; la cessione si pagava a trattenute mensili per la durata di cinque anni e così lo stipendio diminuiva ancora.

I consigli portatimi in sogno da mia mamma sono stati giusti. Io ringrazio sempre Dio per avermi fatto incontrare questa donna; essa mi ha consolato e sostenuto in tutte le vicende della mia vita. Era sempre pronta a sacrificarsi pur di ottenere la soluzione anche di difficili problemi finanziari. Ci siamo amati profondamente, abbiamo lottato insieme e abbiamo vinto parecchie battaglie. Come ho detto, siamo stati in famiglia due anni ma non troppo contenti perché la libertà era poca. Il mio stipendio superava appena le 500 lire al mese, ne davo 450 alla mamma di mia moglie e col debito che dovevamo pagare c’era poco da saltare. Per dipingere mi ritiravo nella camera dove avevo la cassetta in cui tenevo i colori e qualche altra cosa; la tenevo inchiavata, questo la signora Maria non lo digeriva e durante la nostra assenza andava a guardare nei nostri cassetti.

Prima di abbandonare la casa abbiamo avuto parole e la signora Maria mi accusò dicendo che ero un lupo vestito da agnello e che a casa sua non dovevamo mettere più piede né io né mia moglie e disse che saremmo morti di fame. Mia moglie non si diede per vinta, continuò ad andarla a trovare sopportando le sue rampogne. Con i soldi della cessione comprammo i mobili per la sala da pranzo, la credenza della cucina e la tavola.

La prima casa in Via Tripoli fu un disastro: dal soffitto veniva giù acqua perché sopra vi era una terrazza che la lasciava filtrare. Com l’umidità che c’era si scollarono le sponde del letto e ci cadde la testiera sulla testa. Chiamai il falegname che le incollò e le rinforzò con delle viti. Intanto si cercava una nuova casa. Incontrai Magnani, anch’egli iscritto all’Azione Cattolica che mi disse che dove abitava lui c’era un appartamento che sarebbe stato lasciato libero da due vecchietti che andavano a stare coi loro figli. Andai a vedere e mi piacque subito, tanto più che si trovava nella stessa via e questo avrebbe facilitato il trasloco; il proprietario si chiamava Pratelli. Facemmo il contratto e ci trasferimmo subito. Questo problema era risolto, ma rimaneva sempre quello importante di sbarcare il lunario. Ma si vede che Dio ci assisteva.

La farmacia dell’ospedale aveva bisogno di una persona pratica di farmacia e all’offerta mia moglie accettò subito. Cercammo una donna per badare nostro figlio Mario e una vicina si presentò. La spesa incideva sul bilancio, però il margine c’era. Al rientro dell’ammalata che sostituiva, la Teresina dovette lasciare il servizio ma ormai aveva ingranato e un’altra farmacia la chiamò per un periodo di alcuni mesi. Come donna di servizio veniva la Pasquina, la mamma della Mariola, figlioccia della Teresina. Terminato il tempo alla farmacia Vallesi stette un po’ di giorni disoccupata, poi fu chiamata da Arlotti che aveva la farmacia al borgo Sant’Andrea, il quale fu tanto contento che le disse: “Lei vale più di una farmacista”. Ritornò la farmacista e ci fu un altro periodo di disoccupazione, poi fu chiamata dalla farmacista Urbani di Miramare e in quel periodo con noi vi fu la Barbarina. Questa fu l’ultima farmacia perché, essendo stato promosso sottocapo tecnico, fui trasferito alle officine di Genova Rivarolo. Già al tempo del fidanzamento avevo conosciuto la bontà della mia Teresina: quante iniezioni faceva alla povera gente gratuitamente! I poveri per lei erano quasi una seconda famiglia.

C’era una donna vedova che aveva rilevato il lavoro del marito e vendeva i giornali davanti alla porta dell’officina e quando seppe che mi ero fidanzato con la Teresina non finiva mai di elogiarla per tutte le iniezioni che le aveva fatto gratuitamente; io allora comperavo la “Domenica del Corriere” e lei voleva darmela gratis, ma io rifiutai.

Il nostro amore non aveva limiti: la domenica andavamo alla Messa insieme nella chiesa di San Bernanrdino, i nostri progetti erano tanti, avrei voluto trovare le parole giuste per dimostrarle quanto le volevo bene ma anche i nostri silenzi avevano un fascino particolare e parlavano al cuore. Sono un romantico, un sognatore, la mia fantasia sognava sempre una famiglia perfetta, la donna ideale, i figli; ebbene tutto questo l’ho ottenuto e non finirò mai di ringraziare Dio. Mia moglie ha diviso con me le dure battaglie sempre pronta, sia nella buona che nella cattiva sorte.

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