Mio babbo, dopo essere stato malato di encefalite letargica, non era più quello di prima, gli era sopravvenuta un’asma bronchiale molto fastidiosa.

Il Comune lo aveva esonerato dal lavoro dandogli la buonuscita per il lavoro svolto. Malgrado il suo disturbo, continuò a lavorare come mediatore ma anche questa attività era un po’ ridotta perché richiedeva spostamenti da una zona all’altra e le sue condizioni fisiche non glielo permettevano.

Fortunatamente il mio fratello Achille fu assunto per il periodo estivo dalla Cassa di Risparmio e così col suo stipendio e un po’ di risparmi si sbarcava il lunario. Questo lavoro però durò solo tre mesi e quando tornai a casa dopo il servizio militare la situazione non era florida.

Trascorsi più di due mesi disoccupato, come precedentemente ho detto, e mia mamma mi disse che fra la malattia e tutto il resto, dei piccoli risparmi non era rimasto niente. Finalmente trovai il lavoro nell’officina di Pitron e guadagnavo discretamente, anche se negli ultimi tempi non mi aveva trattato bene. Una mattina stavo lavorando in questa officina quando vidi arrivare mio babbo tutto trafelato che mi disse: “Va’ giù subito in ferrovia perché ti sono venuti a cercare a casa“. Presi la bicicletta e corsi all’officina. Mi dissero che mi riassumevano e che mi avrebbero mandato a prestare servizio a Cassino.

La santola (madrina) dell’Enrica conosceva bene il capo ufficio Pagliarani perché aveva una piantagione di fiori e lei acquistava molti fiori anche costosi per il suo giardino e quando seppe la destinazione mi disse: “Adesso gli parlo io e ti faccio rimanere a Rimini“. Dentro di me ridevo, perché mi sembrava una cosa assurda, ma invece riuscì a farmi rimanere a Rimini mentre tutti gli altri furono trasferiti. Ripresi servizio il 3 dicembre 1924. Il nuovo anno 1925 ricorreva l’anno Santo per cui il Servizio, prevedendo che sarebbe aumentato il lavoro, ci assunse sempre come avventizi.

A mio babbo, per la fretta di venire ad avvisarmi, si accentuò l’asma e dovette stare in riposo diversi giorni: malgrado questo era contento perché si preoccupava sempre per il nostro avvenire.

L’Enrica si era sposata nell’anno 1922 quando io ero militare e le era nato un figlio, Dino: quando cominciò a camminare lo portava al giardino Ferrari, poco lontano da casa, e spesso si fermava nella chiesa del Suffragio mentre il bambino correva su e giù per la chiesa in quell’ora deserta. Io, come ho detto, avevo ripreso servizio in Ferrovia ed ero costretto ad andare in servizio a piedi perché non avevo nessuno che mi andasse a prendere il bollo della bicicletta che bisognava andare a ritirare in Comune (Achille era partito per il servizio militare). Così mio babbo andò in Comune a mettersi in fila per ritirare il bollo e quando tornò a casa a vederlo rimasi sconvolto: era di un pallore cadaverico. Io dolcemente lo sgridai e gli dissi che non avrebbe dovuto fare una cosa simile.

Era trascorsa appena una ventina di giorni, quando mia mamma una mattina presto mi svegliò e mi disse: “Il babbo sta morendo”. Mi alzai e corsi nella sua camera per sentire l’ultimo rantolo. Io non volevo credere che fosse morto, presi uno specchio e lo avvicinai per vedere se ancora respirava ma purtroppo dovetti convincermi che era morto. Era il 7 febbraio dell’anno 1925. Io per parecchio tempo pensai a quel bollo e non mi potevo dar pace, ne parlai al Canonico Baravelli che mi consolò dicendomi di stare tranquillo e di non farmene una colpa.

Mia mamma mi raccontò che aveva avuto una crisi simile una settimana prima, lei gli aveva preparato un caffè e con quello si era ripreso; quella mattina lei pensava che fosse una crisi uguale e gli disse: “Vado a prepararti il caffè” (lo teneva sempre pronto), cercò di far presto ma quando tornò non parlava più ed era corsa a chiamare me e l’Enrica.

Annunci