Un imprenditore edile di Rimini stava costruendo delle ville nella città giardino di Roma, si dovevano costruire anche cancellate e questo lavoro fu commissionato a due officine di Rimini: Meldini e Pitron. Mario Angelini, che lavorava nell’officina di Meldini, mi disse di andare subito da Pitron che aveva bisogno di operai. Ci andai la mattina presto e il proprietario mi fece eseguire un lavoro per vedere come mi disimpegnavo. Dovevo fare delle punte ai ferri delle cancellate: questo lavoro era facile per me e in poco tempo ne feci parecchie per cui fui assunto subito.

Il giorno seguente continuavo a fare lo stesso lavoro quando il padrone mi disse che prima di uscire aspettassi perché mi doveva parlare. Quando furono usciti tutti gli operai mi fece vedere una colonna che divideva le campate delle cancellate. Me ne fece costruire una, aiutato da lui, e a lavoro compiuto, avendone da costruire parecchie, mi disse che avrei potuto costruirle io a cottimo e domandò quanto volevo. Calcolando il tempo impiegato domandai tre lire ognuna, lui obiettò che era troppo e che bastavano due lire e mezzo. Io accettai a condizione che come aiutante mi avessero dato Genestreti, che in ferrovia lavorava nel reparto calderai e adoperava bene la mazza.

Accettate le condizioni, io e Genestreti lavorammo insieme. Avrebbe dovuto compiere questo lavoro un altro operaio ma aveva chiesto troppo e io ero all’oscuro di questo; quando lui lo seppe mi accusò di avergli tagliato la strada ma io gli spiegai come erano avvenute le cose e gli dissi che se la prendesse col padrone.

Avevamo preso talmente la mano a fare questo lavoro che chiedemmo al padrone se la mattina potevamo cominciare un’ora prima per lavorare nelle ore più fresche, perché il lavoro alla fucina era piuttosto pesante. Ci diede la chiave dell’officina e potemmo così lavorare solo al mattino e il pomeriggio eravamo liberi. questa cosa non garbava al padrone e quando a fine settimana pagava gli operai era sempre il solito ritornello: “Voi mi portate via tutti i soldi”. Io replicavo: “Abbiamo fatto un contratto e bisogna rispettarlo“, ma lui, duro, ridusse il prezzo a due lire per colonna e noi accettammo le sue condizioni.

Questo lavoro venne sospeso momentaneamente per mancanza di materiale, sarebbe ripreso nel mese di ottobre e il padrone disse che ci avrebbe avvisati. Alla ripresa del lavoro tutti gli operai furono riassunti ma io non venni chiamato. Allora andai dal padrone e domandai il perché e lui mi disse che era disposto a riassumermi solo abbassando il compenso e io, per non rimanere disoccupato, accettai a malincuore.

Era una rivincita che voleva, ma lavorai per poco tempo perché la ferrovia ci riassunse in servizio.

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