Dopo il servizio militare, la Ferrovia, essendo noi avventizi, non ci riassunse in servizio e così rimasi disoccupato per più di due mesi.

Passavo il tempo andando al porto a vedere pescare, c’era chi pescava con la canna chi con gli arpioni. Un certo Ulivi che abitava vicino a casa nostra aveva una piccola rete a lucerna smontabile; c’era anche sul molo un grande lucernone molto attivo dato che il porto era sempre pieno di cefali perché in mare c’erano diversi delfini e i pesci si rifugiavano nel porto.

Un giorno il lucernone tirò su la rete proprio nel momento in cui passava un branco di cefali: la rete era talmente piena che dovettero lasciarla a mezz’acqua per paura che si sfondasse e dovettero prendere il pesce con lo zerlino, una piccola rete conica montata in cima ad un bastone come quelle che si usano per catturare le farfalle: questa serviva per svuotare la grande rete del lucernone che era fissa. In quell’occasione molti pesci riuscirono a saltare fuori dalla rete, ma la pesca fu abbondante lo stesso.

Qualche volta andavo alla stazione a vedere partire e arrivare i treni; quel movimento di viaggiatori mi divagava e poi in stazione vi erano dei compagni di scuola impiegati e mi fermavo volentieri nel loro ufficio a conversare perché non sapevo come passare il tempo.

Un giorno passando in via Gambalunga mi sentii chiamare, era mio cugino Giovannino Ricci, fratello di Anacleto, che si trovava sopra un’armatura e stava decorando la villa di Bedini all’angolo tra via Roma e via Gambalunga. Passando dall’interno della villa salii sull’impalcatura dove lavorava anche Amati pittore e così, conversando, dissi che ero disoccupato. Mio cugino mi disse che avrebbe avuto un lavoro da fare al cimitero, consisteva nel numerare i mattoni che venivano piantati sulle tombe e mi chiese se ero disposto a farlo; io accettai subito e così la mattina dopo andammo al cimitero, mi fece vedere il lavoro che dovevo fare, mi diede gli stampini facendomi vedere come li dovevo adoperare e partì subito per tornare a fare il suo lavoro.

Il lavoro era semplice perché consisteva nel fare i numeri sui mattoni che avrebbero segnalato il numero della tomba. Era il mese di luglio; il sole scottava e al cimitero non c’erano ombre, e lavorando fino alle 11 del mattino il sole mi abbronzò bene e pensavo che i bagnanti andavano al mare a prendere il sole, io invece lo prendevo al cimitero. In una settimana finii, mi pagò e mi disse che se fosse capitato un altro lavoro mi avrebbe chiamato.

Mio cugino aveva frequentato a Bologna la scuola di Belle Arti insieme al professor Pasquini, ma in seguito all’entrata in guerra dell’Italia nell’anno 1915 fu chiamato a prestare servizio militare (era nato nell’anno 1895), così troncò gli studi. Nel 1919, quando tornò a casa, non continuò gli studi e si mise a lavorare come decoratore. Pasquini invece continuò gli studi, diventò professore di disegno ed ebbe un posto sicuro.

Dopo due settimane mio cugino mi chiamò nuovamente e mi fece verniciare la cancellata di una villa e tutte le porte mentre lui decorava le camere con l’aiuto di un altro operaio. Mentre facevo questo lavoro l’operaio si ammalò e io lo sostituii come potevo; questo lavoro mi piaceva e mio cugino era contento. Egli allora lavorava alle dipendenze di una cooperativa di imbianchini e non poteva disporre come voleva; poi si mise in proprio e avrei potuto continuare a lavorare con lui ma preferii riprendere il mio mestiere e così andai a lavorare nell’officina di Pitron.

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