Una sera ci eravamo riuniti [al Palazzo Castracani] per una lezione di religione e all’uscita trovammo una squadra di socialisti che ci aspettava e ci insultava: eravamo in  pochi e loro erano molti ma mio cugino Anacleto Ricci cominciò a menare colpi all’impazzata e riuscì a fuggire; noi ci ritirammo dentro il palazzo ma non riuscimmo a chiudere il portone, ci difendemmo ritirandoci sulle scale per entrare nelle nostre sale e loro ci lanciarono addosso i mattoni, tanto che io fui colpito da un mattone in mezzo alla schiena.

Il vecchio custode, che non aveva lasciato l’appartamento perché era in attesa della liquidazione, non era dell’Azione Cattolica e convinse i facinorosi a ritirarsi e chiuse il portone, ma ci aspettavano di fuori. Per fortuna mio cugino era fuggito ed era andato alla caserma dei carabinieri che mandarono subito due carabinieri, pochi ma bastò la loro presenza per disperderli e così potemmo tornare alle nostre case.

Quando arrivai a casa, siccome la schiena mi faceva male, mi guardai allo specchio e vidi che era tutta rossa e gonfia. Il male mi durò parecchi giorni, lo sopportai e a mia mamma non dissi niente per non allarmarla. Ma le persecuzioni non finirono lì. Quando c’era un bel film al cinema Iris all’aperto, andavamo sempre in gruppo; il cinema non era lastricato, il terreno era coperto dalla ghiaia sottile e si divertivano a tirarcela. Per le strade si girava sempre il gruppo e se ci fermavano erano discussioni a non finire. Ritornando al palazzo Castracani, non vidi la fine dei lavori perché fui chiamato al servizio militare e fu un bene perché stava sorgendo il fascismo e cominciarono le scorrerie delle squadracce: esse aspettavano all’uscita dell’officina gli estremisti di sinistra già segnalati da qualcuno ed erano manganellate a tutto spiano; un certo Musiani ne prese parecchie ma malgrado picchiassero forte non si stancava di gridare “vigliacchi”.

Poi ci fu uno sciopero [degli operai della ferrovia] che fallì e fu una fortuna per me essere militare, anzi involontariamente contribuii al suo fallimento: infatti il comando del reggimento, sapendo che eravamo ferrovieri, ci mandò a Milano alla stazione al servizio dei crumiri [“Crumiro è il termine con cui oggi si indica – con accezione tendenzialmente negativa – un lavoratore che non aderisce allo sciopero e continua la sua attività lavorativa, indipendentemente da quanto concordato nei sindacati che difendono i diritti dei lavoratori” – fonte: Wikipedia]. Si facevano otto ore di lavoro e otto di riposo e per dormire ci si adattava al meglio. L’Amministrazione ci pagò il servizio svolto. Dopo quello sciopero, gli scioperanti furono tutti licenziati.

A proposito del fascismo, il mio carissimo amico Angelini ebbe una brutta avventura: era contento di non fare il militare perché aveva l’ernia, era stato appena riformato e stava passeggiando in riva al mare tutto vestito. Forse lo scambiarono per un sovversivo e malgrado le sue proteste cominciarono a picchiarlo e lui per fuggire si inoltrò nell’acqua così vestito e, deriso, dovette stare nell’acqua fino a quando se ne furono andati.

Circa due settimane dopo il mio congedo era la prima domenica di maggio, chiamata del “somaro lungo” perché si scorazzava per la città. Vicino alla chiesa del Suffragio, mia parrocchia, ove ero stato alla messa, quando uscii vidi una carrozza piena di bambini fermata da una squadraccia di fascisti che presero il vetturino, lo buttarono a terra e gli diedero un sacco di manganellate che lo mandarono all’ospedale. I bambini erano terrorizzati e urlavano per la paura. Ci furono delle persone che presero il cavallo per le briglie cercando di calmare i bambini. Fu una scena raccapricciante.

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