Commedia “Una causa Celebre”, dal 9 al 16 febbraio 1930. Guido Fabbri nella parte di Istitutore

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Quando l’Azione Cattolica acquistò il palazzo Castracani c’erano da fare parecchi lavori perché si dovevano creare gli ambienti per le diverse associazioni.

In un grande salone si allestì un teatro che serviva anche per le riunioni delle diverse associazioni. La Gioventù Cattolica fu la prima a prendere possesso dei nuovi locali (prima aveva la sede nei locali della parrocchia dei Servi). Durante i lavori il cortile era pieno di materiali edilizi e questi materiali servirono ai socialisti come proiettili da lanciare contro gli iscritti alla Gioventù Cattolica.

Tornando al nostro teatro, ricordo che era stato inaugurato con la commedia “Romanticismo” di Gerolamo Rovetta. Io per far parte della filodrammatica mi iscrissi al circolo degli uomini cattolici perché alla Gioventù non era concesso recitare in compagnie miste. In principio anche agli uomini cattolici era proibito recitare con le donne tanto che la commedia “La gerla di papà Martin” dovette essere rappresentata nel circolo filodrammatico di via Giordano Bruno, i cui soci erano tutti impiegati o esercenti e siccome avevo una parte anch’io, che allora ero operaio, non ero molto gradito. Poi venne il permesso di recitare con le donne purché le signorine durante le prove fossero accompagnate dalle loro mamme e in più tutte le sere era presente la signorina Pasquinelli direttrice didattica. Malgrado tutto questo la Contessa Spina, presidente delle Dame di Carità, e anche il parroco di Sant’Agnese, erano contrari.

Vennero rappresentate: “Le due orfanelle”, “I disonesti”, “Chi sa il gioco non l’insegni”. Poi capitò Campi, riminese con la moglie Mirka attrice anche lei, che erano disoccupati perché si era sciolta la loro compagnia. Si fermarono a Rimini in attesa di una nuova scrittura e con Campi si rappresentò la commedia sentimentale “Una lampada alla finestra”, una commedia bellissima che narrava di un vecchio che aspettava il figlio lontano (era morto ma lui non lo credeva) e metteva tutte le sere la lampada alla finestra aspettando il suo ritorno. Una sera che c’era un gran temporale domandò ricovero un forestiero impersonato da Campi e lui lo scambiò per il figlio atteso. Il Campi era in compagnia di un’altra persona chiamata “il professore” impersonata da Floridi, personaggio antipatico e ubriacone che nella parte mangiava e beveva fregandosene dei sentimenti del vecchio, al contrario di Campi: il contrasto di caratteri era felicemente rappresentato dall’autore.

Con Campi si recitò un’altra commedia di cui non ricordo il titolo. Io facevo la parte del conestabile che aveva l’autorità di intervenire nei delitti contro lo Stato. Nella mia parte dovevo fingere di essere uno spettatore che assisteva in sala alla commedia. In sala non c’era il suggeritore e io non mi rammentavo le parole che dovevo dire. Preso dalla disperazione dissi parole da me inventate, le dissi con tanta rabbia e infine gridai: “Giù il sipario”. Credevo di aver fatto fiasco; invece ebbi gli elogi degli spettatori che dissero che avevo interpretato molto bene la parte. Poi recitai nella commedia “I Martiri di Belfiore” di argomento patriottico. In quella commedia mi diedero la parte di carceriere; non mi piaceva, era una parte odiosa ma ce la misi tutta e alla fine mi dissero che l’avevo interpretata bene, però mi giudicavano cattivo.

Ebbi la rivincita con la commedia “Una causa celebre” nella quale interpretai la parte di un istitutore e mi diede una grande soddisfazione perché potevo esprimere i miei sentimenti veri: quando smascherai tutto l’intrigo ai danni di un innocente condannato ai lavori forzati, il pubblico scattò in piedi ed ebbi l’applauso a scena aperta.

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