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8° Reggimento di fanteria Milano, la banda presidiaria. Guido Fabbri è nell’ultima fila, il secondo da sinistra. Foto inserita nel libro “Novant’anni di ricordi” di Guido Fabbri (Il Ponte Edizioni)

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Poi dopo una ventina di giorni andammo a Cassano d’Adda, un piccolo paesino ove si trova un grande castello.

In quella cittadina era distaccata una compagnia del nostro reggimento e il maggiore aveva promesso al capitano di mandare la fanfara. Tutte le sere suonavamo in piazza: avevamo in repertorio diverse canzonette e marce, i paesani si divertivano e abbiamo fraternizzato. Fra le altre cose ricordo che si mangiava bene: prendevano la carne tutti i giorni nella macelleria, il brodo e la minestra erano buoni, al contrario di Monza dove adoperavano carne congelata. Fu una villeggiatura, quella: spesso andavamo sul ponte sotto il quale scorreva impetuosa l’acqua dell’Adda. Al ritorno a Monza per me e Zamboni, un altro amico mio, c’era l’ordine di andare a Milano a suonare nella banda del presidio. In quella banda, oltre al maestro napoletano, c’erano tre marescialli che venivano a turno a istruirci e a fare le prove, mentre il maestro veniva il giorno prima dell’esecuzione.

Quell’anno passammo un inverno molto freddo e diversi ufficiali a riposo morirono per cui noi con la banda li accompagnavamo al cimitero.

Un giorno venne l’ordine di andare al teatro “La Scala” per suonare le più belle marce militari per conto di una casa editrice (allora non vi era la radio) che le avrebbe registrate su dischi per grammofono.

In quel periodo dedicato solo alla musica il tempo passò velocemente. Il maestro era intimo amico del Generale comandante d’Armata perché avevano iniziato la carriera insieme. Così egli ottenne il permesso per i componenti della banda di rientrare in caserma alle 10.30 della sera ma io all’ora del silenzio ero sempre a letto e quel beneficio non l’ho mai usato.

Finalmente dopo 15 mesi di servizio mi congedarono il 16 aprile 1923, giorno del mio compleanno, e fu per me il giorno più bello.

Per me il servizio militare è stato positivo, a parte il fatto increscioso in cui mi accusarono di essere un sovversivo, finito poi in una bolla di sapone.

A Milano trascorsi il periodo più bello perché frequentavo la “Casa del soldato” dove ebbi modo di incontrarmi con diverse persone e specialmente con una signora che aveva un figlio della mia stessa età che faceva il militare a Napoli e mi diceva che quello che faceva a me avrebbe voluto fosse fatto anche a suo figlio. Nella “Casa del soldato” feci tanti disegni compresi dei paesaggi ad acquerello, uno dei quali l’ha voluto quella signora. Uno dei tre marescialli istruttori, napoletano, volle che gli facessi una veduta col Vesuvio, di cui mi diede una cartolina.

Ebbi anche la fortuna di conoscere un decoratore, militare anche lui, che veniva lì a lavorare a pastello: questa tecnica mi piacque molto per cui comprai i gessetti e feci diversi lavori, dei quali ne ho conservato solo uno che non ho mai voluto vendere ed è “Le due orfanelle”.

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