fregio2-light Milano, Casa del Soldato, 12 marzo 1923. Disegno a china di Guido Fabbri
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Un giorno a noi della fanfara diedero il fucile dicendoci che dovevamo andare con la compagnia per i tiri al bersaglio.

Quando arrivammo al poligono il capitano ci fece mettere in fila, io avevo un bel pezzo di cioccolata e cominciai a mangiarla; il capitano guardandomi si avvicinò e mi disse: ” Buon appetito signor soldato”, io risposi “Grazie”, e lui: “Non lo sai che in fila non si può mangiare?”. Vedendo che ero rimasto male mi diede solo un giorno di consegna. Il bello doveva ancora venire. Io non riesco a chiudere l’occhio sinistro e Signorini mi disse: “Coprilo col berretto e mira”. Seguii il consiglio ma quando venne il mio turno i miei tiri andarono tutti fuori bersaglio. Il capitano mi svergognò e mi diede cinque giorni di consegna, poi disse che dovevo sparare ancora e che se non avessi fatto sei centri im avrebbe inflitto altri cinque giorni di consegna. Io allora pensai di tenere il fucile a sinistra anziché a destra (si sparava distesi sopra un banco), mirai e feci un centro e gli altri colpi andarono poco lontano dal centro: il capitano volle sapere come mai non l’avevo fatto prima, gli spiegai il motivo e umilmente gli domandai se mi toglieva la consegna. Mi tolse i cinque giorni ma il giorno per la cioccolata mi rimase.

Mancavano pochi giorni alla Pasqua e io volevo passarla a casa così scrissi a mia mamma pregandola di fare un telegramma dicendo che il babbo stava male. Il telegramma arrivò e mi mandarono in licenza per cinque giorni. Quando arrivai a casa ebbi la brutta sorpresa di trovare il mio babbo a letto in via di guarigione e mia mamma mi disse che aveva avuto l’encefalite letargica, chiamata malattia del sonno, e che aveva dormito per più di trenta giorni. Per non allarmarmi non me lo aveva scritto.

La mia presenza aveva agito favorevolmente e quando partii stava molto meglio, già si alzava. Al rientro il caserma il capitano volle sapere che malattia aveva il mio babbo e glielo spiegai: forse dubitava della mia sincerità ma poi si convinse e la cosa morì lì.

Il tempo scorreva e noi facevamo sempre le stesse cose finché un giorno ci dissero: “Domani si parte per il campo, preparate lo zaino”. La mattina presto io e Signorini andammo allo spaccio della caserma, prendemmo un panino da mangiare lungo il tragitto e mangiammo due ciliegie sotto spirito. Noi della fanteria eravamo esonerati dal portare lo zaino e lo caricammo su un carro ma il fucile lo dovevamo portare. Per arrivare al campo facemmo tre tappe di venti chilometri al giorno e per dormire erano stati prenotati tanti capannoni ove si trovava della paglia e si dormiva vestiti. Quando arrivammo al campo rimasi meravigliato perché il posto era bellissimo: avanti a noi vi era una collina con tanta vegetazione dalla quale scendeva un ruscello di limpidissima acqua potabile. In cima alla collina piazzarono le cucine per avere sempre l’acqua pulita e per lavarci fu assegnato un posto stabilito, mentre l’acqua da bere si prendeva su per la collina.

Ognuno montò le proprie tende, noi scegliemmo un angolo ombreggiato e siccome c’erano diverse pietre le radunammo usandole come sedili e in mezzo mettemmo una grossa pietra che fungeva da tavola. Al campo ci trattenemmo una ventina di giorni e le esercitazioni erano tante che non è il caso di descriverle. Una sera il tenente aiutante di campo, che aveva una villa poco lontano, invitò la fanfara a casa sua e suonammo diverse canzonette in voga e lui ci diede biscotti e del buon vino. Per arrivare nel giardino attraversammo un vialetto coperto dalle viti di uva fragola e io rimasi meravigliato perché non sapevo che esistesse questa uva. Un po’ per colpa dell’uva un po’ per colpa del vino mi girava un tantino la testa e non riuscii più a suonare per quella sera.

Il giorno dopo si dovevano smontare le tende e ritornare a Monza. Facemmo le solite tre tappe e ritornammo alla base.

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Milano, Casa del Soldato, 9 marzo 1923. Disegno a china di Guido Fabbri

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