guido_fabbriNel 1922, in febbraio, dovevo presentarmi al distretto di Forlì che mi avrebbero comunicato la destinazione: seppi che ero stato destinato all’ottavo reggimento di fanteria di stanza a Monza. Siccome ci eravamo presentati di sabato, ci dissero di tornare a casa e di ripresentarci il lunedì, per la partenza; così tornai a casa.

La coinquilina mi raccontò i pianti di mia mamma per la mia partenza e il lunedì, prima di partire, la pregai di non piangere: la guerra non c’era più quindi non c’era motivo di piangere, stesse tranquilla che io le avrei scritto tenendola al corrente di tutto. Me lo promise, mi strinse tanto forte, benché commossa trattenne le lacrime e io me ne andai subito perché avevo paura di versarle io, le lacrime.

Per arrivare a Monza impiegammo 18 ore: il nostro vagone a un certo punto venne sganciato e messo su un binario morto, così passammo la notte nel vagone fermo: era una vecchia carrozza senza corridoio con tanti scomparti indipendenti e senza toiletta. Eravamo in dieci, il freddo era intenso, il finestrino era bloccato dal gelo e non si apriva, per orinare bisognava scendere in mezzo ai binari.

Finalmente arrivammo a Monza la mattina presto dove ci aspettava un maresciallo che ci condusse in caserma. Passammo la prima giornata con i nostri abiti, la notte ci fecero coricare su un po’ di paglia in uno stanzone e dormimmo vestiti. La mattina ci diedero la divisa e gli indumenti personali. Siccome ero stato segnato come suonatore mi diedero una tromba bassa e al mio amico Signorini Luigi diedero una tromba: aveva detto che suonava anche lui ma non era vero e si raccomandava a me perché gli insegnassi.

La mattina dopo andammo al Parco Reale dove si facevano esercitazioni, noi della fanfara non facevamo esercitazioni ma in un angolo ricevevamo lezioni dal maestro di musica e facevamo le prove delle marce da imparare. Il maestro era un sergente maggiore, bravo suonatore di tromba che suonava al teatro alla Scala di Milano. Una mattina che il maestro era assente ci accompagnò un caporal maggiore che sostituiva il maestro. Quella mattina non si fece lezione e io mi misi a suonare diverse romanze che sapevo a memoria. La tromba bassa aveva un bel suono simile a quello del trombone.

A un tratto vidi il tenente aiutante di campo venire verso di me (seppi poi che era appassionato di musica): mi chiese se avevo l’istrumento dicendo che mi avrebbe mandato in licenza a prenderlo. Io risposi che l’avevo comperato da poco tempo e che non l’avrei portato al reggimento per paura di rovinarlo. Il tenente disse che mi avrebbe mandato in licenza ugualmente. Signorini che era presente disse: “Posso andare anch’io a prendere la mia tromba?”. Il tenente concesse 5 giorni di licenza a tutti e due e, rivolgendosi a Signorini, gli disse che se non avesse portato la tromba lo avrebbe messo agli arresti. Signorini non sapeva come rimediare ma io lo tranquillizzai dicendogli che al circolo avremmo trovato una tromba per lui. Una vecchia tromba l’abbiamo trovata e al ritorno il tenente la volle vedere, ma esaminandola si mise a ridere: “Questa tromba è dei tempi di Noè”. Essa non suonò mai e andò a finire nei ferri vecchi.

C’era un pagliaccio di un circo equestre che suonava la tromba a memoria, senza conoscere la musica e nella fanfara suonava i piatti. La marcia che suonava a memoria era bella e io, guardando come muoveva i tasti della tromba, composi la marcia e aggiunsi un “trio” che suonavamo nella banda di Rimini: ne venne fuori una bella marcia che entusiasmò il tenente e diversi ufficiali.

Alla domanda dove avevamo trovato quella bella marcia, con boria il caporal maggiore rispose: “Fabbri l’ha composta e io l’ho concertata”.

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