Del mio babbo ho raccontato alcuni fatti, ma del suo carattere non ho detto niente.

Era impulsivo e si arrabbiava facilmente ma le sue sfuriate erano brevi, poi si riprendeva subito, non ha mai adoperato le mani, al contrario di mia mamma che non lesinava le sculacciate; io le ho prese poche volte ma Achille e l’Enrica ne hanno avute parecchie.

Mio babbo teneva molto al proprio decoro e dopo l’incendio della trattoria preferì andare a Roma a lavorare piuttosto che accettare posti umilianti e anche per non dare soddisfazione ai falsi amici che nel momento del bisogno si erano eclissati.

L’onorevole Facchinetti si interessò sempre di mio babbo e, prima di farlo assumere in Comune come assistente ai lavori, aveva parlato al direttore della Congregazione della Carità da cui dipendeva l’ospedale e così fu incaricato di controllare la raccolta dell’uva nei suoi poderi; mio babbo non aveva mezzi di trasporto per cui gli furono assegnati i poderi alla periferia della città. Un giorno, parlando col direttore, gli chiese se poteva prendere un po’ d’uva da tavola e lui rispose di sì, così la sera tornava a casa con una sporta uva scelta con cui mia mamma con uno spago faceva le “copiali”, unendo i grappoli a due a due. Avevamo la cantina che aveva tanti travicelli, murati sulle due pareti, pieni di chiodi sui quali si mettevano le suddette copiali e alla fine della vendemmia ce n’erano diverse.

Mio babbo comperava anche l’uva da pigiare per fare un po’ di vino. Si faceva prestare un carretto che tiravo io, andavamo da un suo amico che ci prestava il tino e tutte le volte che ce lo consegnava diceva: “Questo è il rispettabile tappo, mi raccomando di non perderlo“. La pigiatura dell’uva ero io a farla. Poi ci mettevamo d’accordo con un contadino che ci portava un grande mastello pieno di vinaccia con un po’ di mosto, lo versavamo nel tino aggiungendo acqua e ricavandone un “mezzovino” di circa 4 gradi molto buono; dopo di questo si faceva anche la “birella” che di gradi non ne aveva proprio più.

Tutti gli anni, anche quando era impiegato in Comune, prendeva qualche giorno di permesso e andava per la vendemmia. Prima che fosse assunto in Comune il suo amico Semprini, che aveva le macchine per trebbiare, gli domandò se gli poteva tenere l’amministrazione; egli accettò e così seguiva la macchina nei diversi poderi controllando tutto meticolosamente. Il Semprini, contento di come eseguiva il lavoro, lo voleva tutti gli anni; non era un lavoro che durava molto ma poi l’assunzione in Comune gli impedì di continuare.

Mio babbo non era più lo spendaccione di una volta, era diventato quasi avaro perché il passato gli aveva insegnato a risparmiare. Io, essendo in ferrovia, portavo a casa il mio stipendio che sommato a quello di mio babbo ci permetteva di vivere tranquilli: il passato era solo un ricordo.

Quando partii per il servizio militare la situazione era buona, tant’è vero che mio babbo voleva comprare una casa in via Santa Chiara ma non combinò sul prezzo.

Mio babbo nel tempo libero dal lavoro del Comune faceva un altro lavoro come mediatore e questo gli rendeva parecchio. Io quindi partii per il servizio militare tranquillo, sapendo che le cose andavano bene.

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