[1920] Fu l’amico vicino di casa Pari Felice a convincermi a partire con lui per questo viaggio; avevamo appena 18 anni tutti e due ed era il primo viaggio che facevo; mi convinse perché era stato invitato da una famiglia che per diversi anni era stata a Rimini, essendo il capo famiglia impiegato in ferrovia.

Prima di partire mio babbo non finiva di dire: “Stai attendo nello scendere e salire dal treno, aspetta che il treno sia fermo”. Io ridevo perché alla mia vita tenevo molto, perciò quelle raccomandazioni mi sembravano superflue.

Partimmo la sera e arrivammo a Milano la mattina presto, prendemmo il tram che ci portò in piazza del Duomo. Il duomo era bellissimo all’esterno con tante statue e marmi traforati, era grandioso, mentre l’interno mi deluse molto. Salimmo sul tetto e vedemmo sulla guglia più alta la famosa Madonnina.

La visita fu breve perché dovevamo prendere il treno per Torino, dove arrivammo la sera; com’era stabilito, alla stazione ci aspettavano, prendemmo il tram e arrivammo a casa dei conoscenti del mio amico che furono molto cordiali e gentili. Dopo aver cenato io cadevo dal sonno mentre il mio amico non sentiva nessuna stanchezza (la spiegazione la seppi in seguito). Così io andai a dormire mentre loro continuavano a chiacchierare. Dimenticavo di dire che conoscevo già il capofamiglia: era un capo tecnico delle officine di Rimini che era stato trasferito da poco a Torino, sua città natale.

Il mio amico era tanto contento e parlando seppi che a Rimini aveva frequentato la scuola tecnica con la figlia del capo tecnico e ne era nata una forte simpatia, incoraggiata anche dai genitori. A Torino andammo a vedere i magnifici giardini al Valentino sempre in compagnia del figlio, andammo in barca e percorremmo un bel tratto del Po: le barche erano strette, con sedili scorrevoli e io non riuscivo a remare data la mobilità del sedile.

Mezzogiorno era passato quando tornammo a casa a pranzare, poi girammo per la città e visitammo la Mole Antonelliana, ma solo l’interno perché la parte esterna era chiusa perché pochi giorni prima uno si era buttato giù sfracellandosi al suolo. Vedemmo la grande piazza circondata da portici, palazzo Madama e la bellissima cattedrale ove si trova la Sacra Sindone.

La mattina dopo, sempre in compagnia del figlio, prendemmo la funivia che ci portò su una collina di cui non ricordo il nome da dove si sarebbe dovuto vedere uno splendido paesaggio con lo sfondo delle Alpi, ma quella mattina c’era una foschia così densa che non vedemmo niente.

Dovevamo andare a Superga a visitare la celebre basilica ma non facemmo in tempo perché il mio amico mi disse che  per alloggiarci si erano dovuti adattare e che era bene andarcene. Io dissi: “Mi dispiace che sia successo questo ma sei stato tu che hai insistito che io venissi con te”. E lui rispose che non pensava di dare molto disturbo. Così la sera partimmo.

Seppi però che pochi giorni dopo Felice ritornò: forse si era messo d’accordo con la sua fiamma.

Così di Torino, con mio grande dispiacere, non ho visto molto.

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