Era l’anno 1920, erano già due anni che lavoravo al bilanciere e godevo la stima dei miei superiori per la diligenza con cui eseguivo il lavoro.

Tutto procedeva bene finché un giorno, mentre tenevo con le tenaglie un pezzo di ferro incandescente, una goccia di ferro fuso mi cadde sul piede sinistro e andò a conficcarsi nella piccola apertura della scarpa: non potendola levare, immersi il piede nella vicina vasca dell’acqua ma, malgrado la mia prontezza, la goccia mi aveva prodotto un profondo buco.

Non essendoci l’ambulatorio in officina dovetti recarmi all’ambulatorio della stazione. Il dottore mi esaminò la scottatura e me la curò con la tintura di iodio. Tutte le volte che andavo all’ambulatorio continuava a curare la scottatura con la tintura di iodio. Con questa cura la piaga anziché chiudersi si allargava sempre più. Il santolo dell’Enrica parlò al dottor Bonini, specialista in malattie della pelle, suo cliente e così andai da lui che mi cambiò cura ed ero quasi guarito; però dovetti ritornare dal medico dell’Amministrazione che si arrabbiò e me lo curò ancora con la tintura di iodio, riaprendo la piaga; poi, per paura che tornassi dal dottor Bonini che, diceva, non era un padreterno, mi mandò all’ospedale di Faenza. Mi accompagnò mio babbo che espose i fatti al professore dell’ospedale il quale disse che se avessi continuato quel tipo di cura il piede sarebbe andato in cancrena.

In quell’ospedale mi spalmarono una pomata sopra la piaga fasciandomi il piede e dopo quattro giorni, quando mi tolsero le bende, con mia grande sorpresa vidi che il buco non c’era più perché la carne l’aveva chiuso; il professore era molto contento e disse all’infermiere di applicare un cerotto, dopo altri quattro giorni lo levarono e vidi che era coperto da una pellicola. Mi misero ancora il cerotto e dopo tre giorni lo levarono di nuovo e poiché la pelle si era consolidata il professore mi disse che potevo ritornare a casa. Mi diede quindici giorni di convalescenza pregandomi di stare in riposo.

Trascorsi i quindici giorni tornai al lavoro ma qui ebbi una triste sorpresa: prima di cominciare a lavorare dovevo aspettare il rientro del capo ingegnere dell’officina che era assente. Il capo reparto, che mi voleva bene, disse che il dottore della stazione aveva detto che io, per stare a casa, “guastavo” la piaga. Quando andai a casa raccontai la cosa a mio babbo che non perdette tempo: prese il treno e andò a Faenza, narrò la cosa al professore e gli domandò se era disposto a testimoniare quello che aveva detto, e cioè che il piede con quella cura sarebbe andato in cancrena e lui rispose affermativamente. Mio babbo, forte di questa assicurazione, andò dal dottore della stazione dicendogli che se mi avessero licenziato l’avrebbe querelato e a testimoniare sarebbe venuto il professore dell’ospedale di Faenza.

Il giorno dopo tornai al lavoro, il capo reparto mi disse che per il momento era tutto sospeso e che potevo riprendere il mio lavoro in attesa delle decisioni che avrebbero preso nei miei confronti. Io continuai a lavorare e non seppi più nulla: il mio capo reparto mi disse solo che era tutto sistemato e non se ne parlò più.

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