Don Stefani fu nominato parroco a San Giuliano e così si trasferì col fratello don Napoleone, lui come parroco e il fratello come cappellano; a sostituirlo nell’oratorio “Venturini” fu Don Baravelli, già assistente ecclesiastico della Gioventù Cattolica, prete dinamico e buon conoscitore dei giovanissimi.

Non essendo nuovo a questo genere di lavoro diede nuovo slancio a tutte le opere esistenti. L’ingegno nobile versatilissimo, la capacità di orientarsi con straordinario intuito in ogni questione, l’apertura verso i giovani e i giovanissimi, l’eloquenza fluente e la parola incisiva e fiorita insieme facevano di Don Baravelli un idolo che raggiungeva l’animo dei giovani, perché suadente, caldo, affettuoso; molti conobbero le virtù della sua mente, ma molti di più sperimentarono il suo cuore.

Con lui presero nuovo impulso gli spettacoli nel teatrino dell’oratorio ove si rappresentarono parecchie commedie con la partecipazione di un pubblico sempre più numeroso, al punto che tante commedie bisognava replicarle. Ma il teatrino non serviva solo per le commedie perché in esso si tenevano anche conferenze che servivano a rinsaldare sempre più la fede in Dio.

Don Baravelli nel campo giochi diventava un giovanissimo: prendeva parte a tutti i giochi, portava sempre con sé un sacchetto pieno di confetti che chiamava sassolini per la loro forma, e si divertiva a lanciarli mentre i ragazzini si divertivano tanto a raccoglierli e a mangiarli.

Il 26 febbraio del 1933 veniva nominato parroco della Chiesa dei Servi (Santa Maria in Corte): in parrocchia trovò altri giovani ma i suoi giovani erano quelli della Gioventù Cattolica della diocesi. Ricordo le sue parole: “Miei carissimi giovani amici, non stancatevi di pregare sia nei momenti lieti che in quelli tristi della vita, nelle ore di gioia come in quelle di dolore, in quelle di pace come in quelle di tentazioni”.

Molti anni dopo andai alla messa in Duomo e il parroco mi disse che il canonico Baravelli era gravemente ammalato; domandai dove si trovava ed egli mi rispose che era a casa sua nella parrocchia dei Servi. Andai subito a trovarlo: era a letto sereno e forse sapeva la gravità del suo male, perché mi mostrò la corona del rosario e mi disse: “Vedi Fabbri, in questa sta la mia forza, e la mia speranza“. Ci salutammo, io gli feci i miei auguri e dissi arrivederci, ma lui disse: “Non ci rivedremo più”; due giorni dopo morì: era il 26 ottobre 1951, con lui sparì un grande prete.

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