La casa di Angelini si trovava nel prato Spina, non molto lontano dal mare. L’ho chiamata casa perché la sua forma allungata non era quella di una villa. Aveva davanti il giardino con aiuole e sul retro un piccolo appezzamento di terreno con alberi da frutto fra i quali ve ne era uno che faceva delle susine “Regina Claudia” molto buone.

La mamma di Mario Angelini era una donna molto energica, piena di buon senso, stimata dai proprietari delle ville vicine che chiedevano spesso i suoi consigli.

Rimasta vedova, il marito le aveva lasciato la casetta che ho descritto. Nel periodo estivo la affittava sempre alle stesse famiglie che venivano tutti gli anni in villeggiatura e così rimediava i soldi per comprare la legna per l’inverno. Oltre a questo aveva la pensione del marito che era stato ferroviere. Per poter affittare la casa aveva dovuto fabbricare sulla sua terra un capanno con camera da letto e cucina dove si ritirava con Mario. L’altro figlio, il professor Alberto, dormiva nel suo studio.

I villeggianti venivano sempre con la donna di servizio che provvedeva al pranzo e alla cena, così avevano bisogno della cucina. Aveva fatto costruire un doppio capanno di legno al mare, del quale una parte era per i villeggianti e una per la famiglia e spesso io e Mario ne usufruivamo la domenica e nelle ore libere del lavoro. Facevamo lunghe passeggiate ma preferibilmente andavamo al porto dove Mario, forte nuotatore, arrivava da una sponda all’altra nuotando sott’acqua.

Spesso prendevamo a noleggio un moscone e andavamo in alto mare.

Un giorno mi tuffai a mare e nuotando mi ero allontanato dal moscone, non essendo un forte nuotatore dissi a Mario di venirmi incontro con il moscone. Essendo sempre io quello che guidava il moscone lui era poco pratico e invece di avvicinarsi si allontanava; allora gli gridai: “Non ti muovere!” e con grande fatica arrivai in tempo per salire sul moscone prima di perdere le forze. Francamente passai un brutto quarto d’ora e lo spavento mi rimase addosso per parecchio tempo.

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