Nell’anno 1917, dopo la ritirata di Caporetto nel mese di novembre, arrivarono a Rimini i profughi Veneziani che furono alloggiati nei diversi alberghi e nelle ville della riviera. I profughi per la maggioranza erano povera gente, poche le famiglie benestanti. I friulani si distinguevano per il loro comportamento distinto ed educato.

La popolazione riminese, pensando ai loro disagi, si adoperò nel limite del possibile per aiutarli. Certo dovevano arrangiarsi come potevano, il pane era tesserato, anche il Comune fece il possibile, ma questa gente fuggendo aveva abbandonato tutto; sradicati dalle loro case, dal loro modo di vivere, qualcuno non si è comportato bene. Ricordo le donne coi loro lunghi scialli, diverse di loro per far fronte alle loro necessità si prostituivano. Fra di esse vi erano quelle del mestiere e non avendo un controllo medico contagiarono diversi giovani. Molti cittadini si lamentavano perché non sempre si comportavano civilmente. Questa gente era disperata e, come ho detto sopra, la maggior parte era povera gente senza mezzi e, avvicinandosi l’inverno, per loro era un grosso problema rimediare la legna e il carbone. Erano forti mangiatori di polenta ma bisognava cuocerla e per fare questo hanno bruciato porte e anche qualche mobile. Nelle ville vi erano sul comò delle piane di marmo, le hanno levate e le usavano per stendere la polenta.

Noi li chiamavano Veneziani ma molti di loro Venezia non l’avevano mai vista. Quell’inverno fu tragico per molti perché vi fu un’epidemia, la “spagnola” e i morti erano all’ordine del giorno, tanto che essendoci scarsità di legname era un problema avere un cofano per la sepoltura dei cadaveri.

La ditta Pecorelli, sita in via Ducale, fu fortunata perché aveva il magazzino pieno di legname e con questi morti si arricchì; tanto che dopo la guerra costruì quel bel palazzo in via Gambalunga, ora di proprietà dell’E.N.E.L. Ricordo che per la povera gente si costruivano casse con asse grezze fornite dal Comune. A vederle facevano pietà: servivano giusto per la sepoltura dei cadaveri perché una volta sepolti, col peso della terra, si sarebbero sfasciate.

La spagnola l’ho avuta anch’io ma in forma leggera e l’ho superata: mi ricordo che mia mamma, dietro consiglio del medico, mi preparava un decotto con foglie di lichen che mi piaceva molto.

Quando i profughi, a fine guerra, ritornarono al loro paese, il numero era ridotto di diverse unità perché molti erano morti. I proprietari delle ville e degli alberghi quando vi rientrarono li trovarono in stato pietoso. Sporcizia dappertutto, mancavano diverse porte, armadi senza ante, muri scalcinati, mobili rovinati: forse avevano fatto molte cose per necessità ma erano stati anche vandalismi. Queste cose le ho sapute perché molti proprietari si lamentarono e per rimettere tutto in ordine dovettero sostenere diverse spese. Per tutte queste cose non voglio fare di ogni erba un fascio, perché vi erano persone molto educate.

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