Il padrone mi teneva in molta considerazione e aveva la massima fiducia in me, vedendo lo scrupolo con cui eseguivo i diversi lavori affidatimi.

In considerazione di ciò un giorno mi mandò all’Istituto Maccolini per prendere le misure per costruire la canna fumaria per lo scarico della caldaia del riscaldamento dei termosifoni. Il lavoro si presentò un po’ complesso e non era così facile come si pensava perché la canna doveva passare attraverso alcune pareti e bisognava costruire dei gomiti e delle curve; perciò con un filo di ferro feci le sagome e in officina costruimmo tutte le curve e i gomiti e andai a montarle. Il lavoro risultò così perfetto che la sorella di Monsignor Maccolini, direttrice dell’Istituto, si congratulò con me dicendomi che avevo lavorato meglio di un uomo maturo, e ciò mi diede una grande soddisfazione.

Prima che me ne andassi una vecchina mi chiamò e mi disse che le rubavano tutto e chiese se le potevo aggiustare la serratura del suo baule: andai con lei e vidi che non era cosa difficile, sistemai la molla e la serratura funzionò; voleva pagarmi ma io rifiutai e lei non finiva di ringraziarmi con tante benedizioni.

Dopo il lavoro della giornata in officina, la sera dalle 18 alle 20 andavo alla scuola di Arti e Mestieri. Si studiavano le seguenti materie: Italiano, Matematica, Fisica, Disegno ornamentale, Disegno geometrico e di costruzione; questo per i primi due anni. Il terzo e il quarto anno erano per la specializzazione: le materie erano il Disegno ornamentale, di costruzione, di architettura, intaglio per i falegnami e plastica (lavorando la creta che la scuola aveva in pacchi).

Quest’ultimo lavoro mi piaceva molto. Ogni allievo aveva una lavagna e su di essa plasmava i diversi soggetti da riprodurre, ci davano un campione di gesso e con la creta dovevamo riportarlo sulla lavagna; per eseguire il lavoro ci davano delle spatoline che servivano per i piccoli particolari, ma si lavorava molto con le mani e per questo avevamo grandi sacchi di lisciva per lavarsi le mani alla fine dell’ora di lezione.

Ritornando al lavoro dell’officina, con l’entrata in guerra dell’Italia anche il lavoro subì una battuta d’arresto (si lavorava per fare le scorte di serrature in genere) quando un giorno Giunchi mandò un suo operaio a dire che aveva un lavoro importante da fare e il padrone mi mandò a vedere. Egli mi mostrò diversi disegni e con quelli dovevamo fare un’attrezzatura speciale che serviva per costruire eliche per aeroplani.

Il padrone mi incaricò di fare il lavoro perché lui con tutti quei disegni non ci capiva niente. Mi misi subito al lavoro e il datore di lavoro divenne il mio aiutante. Giunchi fu molto contento. Egli aveva una grande lavorazione di mobili, il cui laboratorio era dove ora c’è la vendita delle sedie di Babbi nel borgo San Giovanni.

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