Ultimata la scuola elementare, mio babbo mi fece assumere da Bernucci Mauro come apprendista, senza stipendio, nella sua officina: io ne fui contento, malgrado che il maestro Zanzani insistesse per farmi continuare gli studi.

Oltre all’officina di Bernucci, c’era una falegnameria-ebanisteria, una tipografia e una calzoleria; un grande piazzale divideva questi locali e in esso si radunavano i ragazzi della città per giocare. L’animatore di tutto era il canonico Venturini che, a somiglianza di don Bosco, raccoglieva i ragazzi e li indirizzava verso il lavoro. Questo centro di raccolta era chiamato “Istituto Artigianelli”; aveva il teatrino e una cappellina ove si tenevano le lezioni di catechismo e la domenica si celebrava la messa cui dovevano assistere anche gli operai (dopo la messa venivano effettuate le paghe).

Alla morte del canonico Venturini il Vescovo diede l’incarico di sostituirlo a Don Stefani che faceva lo stesso lavoro in via Battaglini, dove non c’erano le officine come agli “Artigianelli”, ma c’era solo un grande piazzale dove i ragazzi potevano giocare; in più vi era la sede della Gioventù Cattolica e una sala per il catechismo; al piano superiore c’era una biblioteca circolante e, con le “marchine” che dava ai ragazzi che frequentavano le lezioni di catechismo si potevano scegliere i libri da leggere. Don Stefani aveva organizzato una rilegatoria di libri per mantenere i volumi sempre in ordine e così io imparai a rilegarli. Questo piazzale e tutta la zona adesso è di proprietà dell’Istituto Maccolini (pensionato).

Come ho già detto, ero molto contento della mia assunzione: a lavorare c’erano quattro operai; io, pieno di volontà, li aiutavo e loro mi insegnavano come eseguire certi lavori. Poi l’Italia entrò in guerra nel 1915 e gli operai furono richiamati in servizio militare, l’ultimo a partire fu Albani Mario. Così rimasi solo con dei ragazzi apprendisti.

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