Il Vescovado di Rimini (Piazza Ferrari) distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale il 28 dicembre 1943

Ricordo la cosiddetta “settimana rossa” dell’anno 1914 perché ebbe per me un seguito spiacevole quando andai militare.

In quel periodo io avevo 12 anni e facevo il chierico  nella parrocchia (Suffragio); erano tempi burrascosi, la folla eccitata composta da socialisti, repubblicani e anarchici metteva a subbuglio la città. Mi ricordo che la Chiesta temeva l’insurrezione, tanto che il mio parroco puntellò i portoni d’entrata della chiesa perché la gente era guidata da veri mangiapreti. Infatti avevano appiccato il fuoco alla porticina del Duomo, al tempietto di Sant’Antonio, alla cancelleria vescovile, alla porta della chiesa dei Servi e avevano attaccato gli uffici del dazio bruciando i registri.

Presero d’assalto il negozio dell’armarolo Fava asportando armi, e i negozi dei successori Santarelli spargendo il terrore fra tutti i negozianti: insomma la città era in loro balia e per paura nessuno usciva di casa. Io, come ho detto, facevo il chierico e per questo i miei compagni di scuola mi punzecchiavano continuamente; quando si accompagnavano i morti portavo la croce e al ritorno, per paura di prendere delle sassate, stavo sempre vicino al frate cappellano dell’ospedale (Padre Angelo) che era alto e con una grande barba: era sempre lui che accompagnava i morti, anche quelli della parrocchia, ed era molto conosciuto e rispettato.

Quando fui militare mi sentii accusare di sovversivismo dai miei superiori, assieme ad un mio amico anch’egli riminese, Luigi Signorini. Forse inconsapevolmente, girando per Monza, eravamo passati nella via dove aveva sede il partito socialista, eravamo stati notati ed i nostri superiori, collegando questo fatto con l’essere noi riminesi (l’espressione esatta fu “Romagnoli teste calde”), furono sul punto di farci passare dei guai, non volevano assolutamente credere alle nostre proteste e io non sapevo capacitarmi di quanto mi stava succedendo.

Un giorno ci chiamarono nei loro uffici e sotto la sorveglianza di ufficiali, ci fecero spogliare e levare le scarpe, insomma fecero una perquisizione in grande stile sperando di trovare qualche documento compromettente. Non trovarono niente però vollero la chiave delle nostre cassette, le aprirono e controllarono la nostra corrispondenza. Io avevo scritto al nostro assistente ecclesiastico della Gioventù Cattolica, Canonico don Baravelli, il quale mi aveva risposto di stare tranquillo che il caso si sarebbe risolto.

Al canonico Baravelli scrivevo spesso e avevo anche altre lettere sulle quali era stampato qualche passo del Vangelo. Tutto questo mi scagionò dall’accusa di sovversivismo, cosa che non avvenne per il mio amico Signorini: anche se non avevano trovato niente, quell’accusa gli rimase fino al  giorno del congedo.

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