Il cugino di mia mamma, Pilade Abbà, un giorno venne a casa nostra e domandò a mia mamma se era disposta a tenere la sua bambina per il periodo di assenza della moglie che sarebbe stata ricoverata in una clinica, non ricordo per quale motivo. Mia mamma disse subito di sì.

La moglie di Paride si chiamava Zaira Fabbri, portava lo stesso nostro cognome ma non eravamo parenti. Lo ricordo bene perché l’avevo conosciuta quando andavamo a trovare la zia Elisa che allora abitava in via Garibaldi nella stessa casa: mia zia al piano superiore, lei al primo piano: era una bellissima signora bionda, aveva uno sguardo molto dolce ed era tanto buona.

Ritornando a sua figlia, il giorno stesso il suo babbo ce la portò e quando la vidi mi colpì la sua bellezza che non avevo notato prima: sembrava una bambola, era bionda e aveva circa due anni. Suo babbo aveva portato tanti giocattoli e disse che per le spese avrebbe pensato a tutto lui. Mia mamma la prese in braccio, la coccolò, e il padre prima di andarsene disse: “Sono contento perché la lascio in buone mani”. Con questa espressione alludeva a sua sorella Ernesta, un po’ acida e zitella, non adatta secondo lui a tenere bambini.

La bambina familiarizzò subito. Io allora andavo a scuola, ero in quinta classe e il pomeriggio ero libero e giocavo con lei per cui si attaccò molto a me: era una bambina giudiziosa e calma che non dava problemi. Io la portavo in braccio nella piazzetta ove erano altri bambini che giocavano e lei si divertiva, tutti le volevano bene, era la mascotte della compagnia. Il suo babbo la veniva a trovare tutte le sere quando era ora di metterla a letto.

Per l’occasione mia mamma aveva messo a disposizione la culla in cui avevamo dormito prima io e poi Achille. Quando, dopo circa un mese, suo babbo la venne a prenderla per portarla a casa sua io rimasi male e per diverso tempo sentii la sua mancanza. Tra l’altro la mia zia Elisa non stava più nella casa di via Garibaldi, si era trasferita nella casa che il consorzio aveva assegnato a suo marito per cui ci incontrammo raramente e poi ci perdemmo di vista.

Lei si laureò in lingue straniere e e al termine della seconda guerra, conoscendo bene l’inglese faceva l’interprete: così conobbe un ufficiale inglese e si innamorarono. In quel periodo noi ferrovieri lavoravamo agli ordini degli inglesi e un giorno ci incontrammo: io non la riconobbi ma lei si ricordò di me, mi chiamò per nome con mia meraviglia, mi disse che era la Stefania, ci abbracciammo e ci baciammo. Il fidanzato mi guardò meravigliato, lei mi presentò come cugino e gli parlò di quel periodo della nostra infanzia. Poi si sposò e si stabilì in Inghilterra e non ci incontrammo più.

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