In dialetto la chiamavano “La streda de gas” ma il suo vero nome era “via degli orti” perché la zona era piena di orti.

Era costeggiata a monte da una lunga mura alta e al di là della quale vi era il deposito locomotive delle Ferrovie dello Stato, l’officina per la loro riparazione e un grande parco con tanti binari per lo smistamento delle locomotive e dei carri ferroviari.

Nell’altro lato della via (lato mare) vi era un fosso puzzolente e al di là una siepe alta oltre la quale vi erano gli orti. Il fosso serviva per lo scarico dell’officina del gas dove si bruciava il carbone vergine; col gas prodotto si alimentavano i grandi serbatoi che, a mezzo di condutture, alimentavano l’illuminazione della città: essa era disseminata di lampioni collegati alle tubazioni del gas che a sera venivano accesi dai lampionai per mezzo di una lunga asta in cima alla quale brillava una fiammella.

Oltre all’illuminazione pubblica l’impianto alimentava, con regolare contatore, alberghi, ristoranti, negozi e uffici. La nostra trattoria aveva l’illuminazione a gas: i lumi avevano un tubo di vetro e una sfera di vetro smerigliato, per eliminare dispersioni di gas nell’ambiente si adoperavano delle retine speciali che davano una luce molto bianca. Queste retine erano in commercio, si bruciavano spesso e bisognava sostituirle.

L’officina del gas, bruciando il carbone vergine, produceva il carbone coke che si vendeva ai fabbri della città che l’adoperavano nelle forge.

Ho parlato di questa via perché l’ho percorsa parecchie volte: il mio parroco mi mandava spesso a comprare l’insalata; inoltre mia zia Elisa, sorella di mia mamma, aveva sposato il cugino Eugenio Abbà che era impiegato al consorzio agrario con mansioni di dirigente; per questo motivo la direzione gli aveva concesso l’abitazione che si trovava in una via laterale che arrivava fino al mare. Io e mia mamma l’andavamo a trovare tutte le domeniche.

Dietro la villa c’era la casa del contadino che coltivava il podere di proprietà del consorzio, e io lo andavo a trovare quando andavo da mia zia perché era un tipo simpatico e raccontava tante barzellette.

Una mi è rimasta impressa e la voglio raccontare: si parlava di un prete mentre celebrava la messa; questo prete era guercio e il sagrestano che lo serviva era gobbo. A un certo punto della messa questo prete invece di dire “Dominus vobiscum” disse “Domine gobitti”, al che il sagrestano prontamente rispose: “Guercem tua”.

Spesso quando andavamo a trovare la zia si andava anche dalla famiglia Pigiani, che aveva abitato con noi nella casa di via Augurelli, con la quale eravamo rimasti in buone relazioni e abitava poco lontano.

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