Quando finalmente arrivava il giorno della vendemmia tiravo un sospiro di sollievo, perché era finita la mia solitudine e per me era la più bella giornata dell’estate.

Munito di un cesto e di un “trancetto” per tagliare i grappoli cantavo felice. In quella occasione veniva anche l’Emilia con la sua bella voce e cantava le sue canzoni.

I filari erano intercalati da tanti alberi che i contadini chiamavano “oppi“: su questi alberi si allungavano i tralci delle viti ed erano pieni di grappoli di uva. Io volevo sempre salire su di essi e raccoglievo con tanto piacere l’uva, poi porgevo il cesto pieno a quelli di sotto.

I panieri colmi si vuotavano in apposite casse e quando parecchie erano piene, passavano a raccoglierle con il barroccio e le portavano sull’aia ove c’erano tante vespe che giravano attorno. A vendemmia ultimata si faceva la divisione delle casse: la parte del contadino si vuotava nei tini mentre la parte del padrone si caricava sui barrocci e si portava in un locale in via Covignano ove c’era anche la casa del fattore.

Con la vendemmia finivano le mie vacanze e io tornavo a casa contento.

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