Si faceva la sera quando la luna illuminava: ci mettevamo nell’aia ed era bello perché  si creava un’atmosfera di grande allegria, gli uomini e anche le donne avevano sempre qualche barzelletta da raccontare e anche qualche fatterello comico.

C’era la mia cugina Emilia che aveva una bella voce e, con mio zio Giuseppe, cantava le più belle canzoni agresti. Sembravano notti di fiaba.

Una sera capitò un contadino che conosceva i miei zii. Vicino al pozzo c’era una pianta di fico grandissima piena di fichi dolcissimi e lui si arrampicò senza dir niente e ne fece una scorpacciata.

Quando lo cercarono chiamandolo “Franschin du set?” [“Franschin dove sei?”], “A so i que che a magn i fig” [“Sono qui che mangio i fichi”]. “Tse matt, iè pien ad furmighi” [“Sei matto, è pieno di formiche”]. Quando sentì così, per poco non gli venne un accidente.

A quel fico i miei zii non riuscirono mai a distruggere le formiche.

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