Per fare il pane si mobilitavano tutti.

La sera le donne setacciavano la farina e la mettevano in una grande madia, ci mettevano il lievito e la mattina presto uomini e donne lavoravano tutti per impastarla.

C’era un cavalletto con una lunga asta grossa di legno che azionavano per impastare, un uomo di metteva a cavallo del cavalletto e spostava la pasta mentre gli altri azionavano alzando e abbassando l’asta sulla pasta e schiacciandola: questo lavoro alleviava la fatica di farlo con le mani.

La pasta pronta veniva passata alle donne che confezionavano le coppie. Ne facevano parecchie perché doveva durare un mese; i primi due giorni si mangiava bene ma dopo diventava duro.

Quando andavo a badare  l’uva me ne portavo dietro un bel pezzo e lo mangiavo con l’uva, ma per mia disgrazia loro si accorgevano che mangiavo l’uva perché scartavo le bucce e mi proibirono di mangiarla; allora io facevo una buca e seppellivo le bucce ma loro se ne accorgevano ugualmente perché vedevano la terra mossa, malgrado cercassi di coprirla con terra secca.

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