Anche questa cugina la ricordo per la sua allegria: era la figlia di mio zio Andrea e della zia Pasquina. Allora ero piccolo, ogni tanto andavo in campagna per un po’ di giorni ed ero contento (avevamo ancora la trattoria). Mi piaceva vedere i vitellini poppare il latte.

La campagna ha sempre esercitato su di me un grande fascino. Spesso mi incantavo a guardare il salice piangente ma i miei zii non volevano che mi avvicinassi perché era sul margine di una pozza d’acqua. Per andare in campagna mi veniva a prendere con calessino mio cugino Luigi (Bigin). Fu in quelle circostanze che imparai ad amare mia cugina Mariuccia; allora poteva avere 18 anni ed era una bella ragazza ma più della bellezza apprezzavo la sua bontà.

Aveva una forza eccezionale per una donna: mi ricordo che quando andava a tagliare l’erba per le bestie veniva a casa con dei fasci sulle spalle molto grossi. Ricordo che mi prendeva da terra con facilità, mi metteva a cavallo sulle sue spalle e correva nell’aia ridendo, poi su per la scala che era molto ripida e mi metteva a sedere sulla panca vicino alla tavola.

Questa cugina, come il cugino Michele, non li posso dimenticare. Di cugini ne ho avuti tanti ma questi due sono rimasti impressi nella mia mente. Questa cugina, piena di salute, si ammalò e la portarono all’ospedale di Rimini dove morì. Il dolore fu grande per tutti specialmente per lo zio Giuseppe.

Tutti gli anni lo zio Giuseppe nella ricorrenza della commemorazione dei defunti andava al cimitero con un cavalletto, il ritratto della Mariuccia e con tanti fiori; metteva in ordine la tomba con il ritratto montato sul cavalletto. Lo ricordo perché aveva in quel giorno sempre gli occhi umidi.

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