Una sera nella trattoria si presentò mio cugino Michele, che io non conoscevo, proveniente da Roma dove era andato con altri compagni a lavorare. Aveva poco più di 16 anni, era partito l’anno prima, 1910.

Mio babbo lo presentò ai clienti dicendo che era andato a lavorare a Roma e che ritornava al suo paese (S. Ermete) con i suoi risparmi che ammontavano a 100 scudi. Uno scudo valeva cinque lire, perciò 100 scudi erano 500 lire, una bella sommetta per un ragazzo.

In seguito venni a sapere che il lavoro svolto a Roma era stato pesante, perché consisteva nella pulizia delle fogne e nella loro riparazione. Con quei soldi e qualche altro risparmio lo zio Clemente Semprini, suo babbo, comprò un piccolo appezzamento di terreno che confinava con la strada maestra (così chiamavano la strada che porta a Corpolò, cioè l’attuale via Marecchiese).

Lo zio Clemente aveva sposato la sorella di mio babbo che si chiamava Adelina. Dal loro matrimonio nacquero Michele (1894), la Rosina (1897), la Maria (1900), Guido e Giuseppe (Pippo) di cui non ricordo la data di nascita.

Imparai a conoscere mio cugino Michele quando per le vacanze andavo dai miei zii a S. Ermete perché, per andare a lavorare il suo terreno, passava davanti alla casa degli zii cantando (aveva una bella voce). Passava per la strada dove c’era l’orto dei cocomeri e meloni che sorvegliavo io. Ero contento quando passava perché la sua allegria la trasmetteva a me. Poi scoppiò la guerra, fu richiamato alle armi, lo mandarono al fronte e di là non tornò più.

Questo cugino lo ricordo per la sua allegria, per la sua bontà e le parole che mi consolavano.

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