Mio zio Giuseppe era l’azdor e tutto dipendeva da lui, sia per le spese che per le entrate. Era lui che curava l’orto, piantava meloni, cocomeri, cetrioli, i fagioli li piantava vicino alle piante di granoturco (furmanton) perché si arrampicavano lungo il gambo.

Nell’orto costruiva un capanno con delle stuoie e lì dovevo starci io a fare la guardia perché l’orto era vicino a un viottolo dove passava diversa gente. In quel capanno esposto al sole c’era un caldo insopportabile e mi toccava scappare e rifugiarmi all’ombra di un pergolato; quella solitudine inoperosa per me era una tortura e in un momento di sconforto feci una cosa che non avrei dovuto fare: mi ero portato un coltello con l’intenzione di mangiare un cocomero, ne presi uno e lo tagliai, era grosso ma era bianco (non era maturo), ne tagliai un altro ed era come il primo, allora abbandonai l’idea.

Bisognava far sparire il corpo del reato; corsi in fondo al campo e li buttai al di là della siepe. Ma mio zio se ne accorse e volle sapere cosa avevo fatto; io dissi “li avranno rubati”. “Questa mattina, quando ti ho lasciato c’erano, quindi non li hanno rubati”. Mi dovetti arrendere e piangendo gli narrai tutto; mio zio aveva notato il mio travaglio, mi abbracciò e mi disse di non farlo più.

I cocomeri maturi e i meloni li andava a vendere la domenica in un rione chiamato “e fond”: lì vi era la cantina, la vendita dei tabacchi, si macellavano le pecore (i castrati), si vendeva la carne, vi era pure un negozio per la vendita di salumi in genere e che aveva altre cose come le fettucce (la bandela), fili ecc. Come ho detto mio zio piantava anche i cetrioli. Un giorno ne raccolsi uno, lo affettai e domandai se potevo prendere un po’ d’olio per condirlo, ebbi il consenso e pensai fosse per sempre così. Il giorno dopo raccolsi un altro cetriolo e lo condii senza chiedere niente ma lo zio mi diede “l’alto là” e mi disse che l’olio costava soldi.

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