Poi arrivava la trebbiatrice che era trainata dalla macchina a vapore, una specie di locomotiva con le ruote piatte che si piazzava nell’aia, si calcolava la distanza fra la macchina a vapore e la trebbiatrice e si montava una grossa cinghia di trasmissione fra le due macchine, per evitare poi che queste si muovessero durante il lavoro venivano bloccate le ruote con appositi grossi cunei.

Ultimati questi lavori si procedeva alla trebbiatura. Per l’occasione venivano i contadini del vicinato ad aiutare. Era un aiuto reciproco che sarebbe stato ricambiato.

Il grano veniva raccolto in bigonce che si vuotavano in un recipiente chiamato “cassela“, lo rasavano bene e lo vuotavano nei sacchi. Per fare un quintale ci volevano tre “casseli”. Questo lavoro si faceva alla presenza del fattore che controllava il raccolto. I sacchi che andavano al padrone si legavano piombandoli. La trebbiatrice buttava fuori paglia e pula e bisognava portarla via in continuazione.

C’erano contadini che facevano il pagliaio della paglia mentre altri facevano quello della pula che aveva una forma rettangolare e per trattenerlo ogni tanto bisognava mettere degli strati di paglia. Questo lavoro richiedeva molta mano d’opera e per questo i contadini si aiutavano a vicenda. Aiutavo anche io a trasportare la paglia, ma questo lavoro non era piacevole perché la trebbiatrice produceva molta polvere che causava un gran prurito.

Il bello veniva dopo, a lavoro compiuto: nell’aia si mettevano grandi tavolate quindi se il lavoro era terminato la mattina si pranzava, se era terminato la sera si cenava allegramente e chi ne faceva le spese erano i polli più belli.

Dopo tutto questo frastuono la trebbiatrice partiva trainata dalla macchina a vapore lasciando un’aia molto sporca di detriti di carbone, di pula e di paglia.

Il giorno seguente era tutto da sistemare: occorreva finire i pagliai lasciati a metà, terminare la raccolta della pula e pulire tutta l’aia.

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