Quando ero bambino vi erano parecchi arrotini ambulanti che passavano per le strade con un trabiccolo dotato di una ruota: essa serviva per gli spostamenti e, quando era fermo, su di essa si metteva una cordicella che fungeva da cinghia di trasmissione per far girare la mola affilatrice.

Per metterla in moto vi era una stanga su cui poggiava il piede dell’arrotino che, premendo e pedalando, la faceva funzionare. Sopra la mola vi era un recipiente contenente acqua munito di un beccuccio con un rubinetto che regolava la caduta dell’acqua stessa, per evitare che la lama del coltello si stemperasse, e così per le forbici e altro.

Un giorno un arrotino passò davanti alla trattoria, domandò se c’erano coltelli da arrotare e mio babbo gliene diede diversi.

Si mise subito al lavoro: io guardavo curioso questo lavoro, i coltelli quando uscivano dalle sue mani non sembravano più quelli di prima perché erano belli e lucidi. Mio babbo domandò il conto ma lui rispose: “prima mangio nella sua trattoria, il conto lo facciamo dopo”. Mangiò un bel piatto di pasta asciutta (tagliatelle), due polpette, pane e un quarto di vino. Io non ho seguito il resto, perché non mi interessava, non so chi dei due doveva avere la differenza del conto.

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